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RASSORILIEVO POMPEIANO

Sceavato nel 1849.

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Riflessioni Archeologico - Mitico - Storiche: CON PARALLELO. DI ALESSANDRO E ROMOLO PER

DOMENICO DB GUIDOBALDI DE' BARONE DI: S.. REIDlO:

SOCIO DELL'ARCADIA DI ROMA.

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NAPOLI

RIPOGRAFIA DE BOREL E BOMPARD Palazzo Gravina

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PREFAZIONE

di N. S., nello scorso secolo rivide al sole, e rivive scientificamente , venni tosto compreso da quell’'interno convincimento ‘inspirato dall'arte e dal soggetto rappresentato. Corsi subito all'idea, per lo genio de’ Pompeiani, come di quasi tutta Italia, di veder riprodotti in ogni modo i Personaggi, i Miti, e tutte le svariate scene che la incantevole Grecia avea su di quella riversato ; essendo pur favorita eall’acre, dal Cielo, da mari, dal dolce de’ colli, dal misto genio Greco ed Orientale; e dal sentire assennato , e nobile, contrabilanciante l' energia del cuore e dell’ intelligenza. E siccome giovanetto avea gittato spesso il cupido sguardo su quel libro , ch'è tanto caro alla fresca e vergine fantasia, il Curzio, per esso avea imparato a ripetere spesso a me me- desimo le grandi cose di Alessandro il Macedone ; forse tanto più piacevoli , quanto più romantiche : mentre altrettanto rispetto aveano ingenerato in me

II

i capitoli primi di Cornelio. La nobiltà pertanto del

carattere del Macedone , la giovinezza abbellita da cose straordinarie, la sua venustà, l'ideale che l'amima nostra st forma alla dipintura de’ grandi Uomini , era rimasta fin dalla fresca giovinezza impressa nella mia mente. Al primo presentarmisi adunque il Bas- sorilievo, sentii trascinarmi da un sentimento, e da un intima convinzione che non potei non riferire ad Alessandro. E più facevamene persuaso l’azione espressa nel monumento, che offeriva un cavaliere che ha superati grandi ostacoli, domando un feroce animale.

Con questi elementi osai nello scorso anno porre il piè nell'arena Archeologica, non senza trepidazione , comprendendone l'arditezza. Avea già tracciata la prima parte del mio lavoro, ma impossibilitalo a proseguire il mio piano per causa di salute, vedeami più smarrito, publicandosi nel maggio del p. p. anno la dotta Me- moria dell'ora defunto dottissimo Cr.° Avellino. Ma rassicurato anzi per essa nel mio concetto della prima parte, e rinfrancato da quella Intelligenza onoranda, sudava ad investigare sulla milica significanza , che parevami si ascondesse nell'azione di Alessandro, do- mando il Bucefalo. E confesso che a ciò mi determinavano gl istessi più grandi e più solerti suoi Biografi , quali Plutarco, Arriano, Curzio, lo Pseudo-Callistene, Dio- gene Laerzio , ed altri. Dai quali sembravami pu- re, esser facile trarre un mito solare per le molte cose miliche risparse sul nascimento dell’ Eroe , su li sua vila, e per molli altri riguardi. L' avanza- mento © il giganteseo progresso dell'archeologia in

ij e un giorno di ottobre dello scorso 1849, cal- cando il Sommo Pontefice Pio IX. il suolo della

sce da un Hg nel Laglio) cielo della Campania, un bassorilievo marmoreo veniva fuori dallo scavo apposita- mente fatto, per darne un saggio all'Ospite venerando, fra quanti han fatto invidiato il nostro suolo , inesauribile miniera di ogni antichità, sicchè ogni angolo della terra classica che calpestiamo è un vasto museo, messe alle lucubrazioni di uomini dotlissimi, di cui non è almanco ingrata questa terra prediletta di Dio, di quel che la è di monumenti.

Del quale marmo è mio desiderio parlare, e tentarne l'appartenenza e la significanza. Esso è un quadro della lunghezza di palmi due, on. 7. per palmi due, on. 2., nel- alto di un lato del quale gira una cornice non in tutti ri- masta. Sul suo campo presenta un giovane che cavalca un destriero. Egli è imberbe, con capelli ricci e corti, in parte coverti da causta, avendo sugli omeri una clamide che avvolgendosi in varì modi, ricuopre con grazia le belle for-

*

dl

me di lui, lasciando nudo alcun che il largo petto , e posando sul sinistro braccio , ricade svolazzando sul dorso del cavallo, mentre è fermata da fibula all’omero destro del Cavaliere, le cui gambe e 1 piedi son nu- di, facendo travedere le solee alle piante di essi senza nessun ligamento. L'atteggiamento seconda i focosi mo- vimenti dello sbuffante destriero ; il quale di speciosa e robustissima forma è ritto su 1 piè di dietro , stando in atto di galoppo. Ha la testa grossa e briosa: e la eri- niera tagliata simmetricamente, un aria di furore al- l'animale. Le narici slargate divampano quasi fuoco , e l'occhio destro spalancato è rivolto verso il Cavaliere. Jia gambe piuttosto nerborute , e in quelle a dritta di davanti e di dietro , il marmo non è del tutto con- servalo. La coda folta e sfioccata, è come rizzantesi nell'orgoglio della boria animalesca. Tutta Ja figura del bassorilievo mostrasi di profilo, e andante da sinistra a destra.

Originale, quanto nuovo è un tal monumento. Ed invero originale e nuovo ei sembra, quando ci vie- ne a memoria Alessandro il Macedone che doma il Bucefalo , non sapendone altro in cui l Eroe della Grecia sia in tal maniera a noi pervenuto , per quan- to 10 sappia. Ma non pare straordinaria cosa ricono- scere nel giovane cavaliere Alessandro, e nel cavallo il Bucefalo , perciocchè studiando il viso dell'uno , e le fattezze dell'altro , ne avremo gl'identici caratteri e sul quale subbietto verserò le mie debolissime forze.

Or dichiarato il mio pensamento sul Bassorilievo , sono chiamato quasi involontariamente a ripensare due

+ sL- soggetti straordinarì , Alessandro , e il Sommo Ponte- fice Pio IX. L'uno che si trasporta co’ disegni , col ge- nio , e colla forza alla conquista del Mondo civile, Eu- ropa ed Asia, meno Roma , per assidersi fra esse, fra due civiltà, ed esserne il moderatore ; al che bre- vezza di vita, e troppa vastità di concepimento facendo velo , solo all’imperio delle idee , fondato con Alessan- dria , dando luogo , renderono vano ogni altro disegno, chè vano fu il suo pregare innanzi di morire , ed in- fruttuoso legato di un testamento ineseguito! L'altro , in cui sfolgorano la Clemenza e la pietà, vede solo gran- dezza in quella Religione che per Gesù Cristo domina un mondo di fedeli, uno stuolo di nazioni , e sta assiso su quel Seggio Romano, che non assalito un tempo dal Macedone , era dalla Provvidenza serbato alla Croce, all'imperio del Cattolicismo , del quale è Vicario TAu- gusto Pio IX.

Imperò tornando al mio proposito , non lascio far intravedere , come sia difficile discorrere del nostro Bas- sorilievo nella pochezza degli scrittori , o nella loro in- fedeltà , nel dar notizie di Alessandro. In qualunque modo mi studierò raggruppare quel che rilevar possa il mio divisamento , e far riconoscere i tratti singolari del Macedone , per cui fu giudicato da suoi contempo- ranei, qual fu poi, il fulmine di guerra , ed il più grande politico , e il vero esecutore degli ammaestra- menti del Filosofo di Stagira nella grande idea di Ales- sandria. Huic enim Pellaei iuvenis (emeritati debemus litterarum et philosophiae facem, quae per terrarum orbem sparsa pracluxit majori huic luci , quam san-

*

SIAE ctiore doclrina accensam semiores aetates ad nostra usque tempora viderunt ( Heyne Opuse: Acad: opum regn: Maced: caussae probab : vol. IV. pag. 172.). A tale effetto dividerò l’interpretazione dell’interessante marmo Pompeiano in due parti ; nella prima cercherò la soluzione del problema , se il monumento rappre- senti Alessandro che doma il Bucefalo. Nella seconda quella dell’ altro ; se lazione importantissima del Ma- cedone sia un Mito. Forti ragioni mi han determinato a premettere alla seconda parte il Parallelo di Alessan- dro e Romolo.

PARTE PRIMA

CAPITOLO I.

IL BASSORILIEVO RAPPRESENTA ALESSANDRO CHE DOMA IL BUCEFALO ?

Philippus Delphos misit consulens de suc- cessore ; responsumque tale accepisse ferunt : Isdemum tuo imperio, om- nique orbi potietur quemcumque Bu- cephalus sessorem possessus fuerit.

FrEINsHEM. SurPL. AD CURT. L]B. 1. P. 5. ELZBVIR.

Se ponghiamo a guardare il tutto della persona, e specialmente la faccia di essa nel raro bassorilievo , non potrà negarsi a se stesso, che il vincitore del Gra- nico e di Arbella non sia effigiato in quel monumento. Il portamento del personaggio , e la Greca fisonomia non fanno dubitarne , e non saprei scorgere differenza che leggera col ritratto dell'autore dell’Itinerario (1)

(1) Quippe ipse visu arguto , naribusque subaquilinis fuit, fronte omni nuda plerumque, quamvis pinguius fimbriata de exercitio ob vehementiam equitandi, cuius id arbitrio dabat , ex quo reclinam comam iacere sibi in contrarium fecerat, idque agebat decorius mi- liti, guam si deflueret. Statura juvenis mediocris, membris exsuc- cior sed quae nullas ferventi moras adferret; quod plus usui, quam contemptui lenocinaretur. Crebrioribus quippe muscult; tuberascens, miris nervorum coetibus intendebatur. Pernir cursu quo vellet, et vehemens impelu quo mirarelur, nimius tormento jacu/andi , con- tinari quem destinasset peritus , fervens irruere quo audendum ,

705 e che si bellamente l'ha dipinto nel suo quadro fisico morale, meno alcuna cosa , di che parlerò in prosie- guo. Ma se prendasi a disaminare tutti i particolari , c'incontreremo sempre con documenti che ne assicurano tutta la somiglianza con i ritratti monumentali , e con le descrizioni di essi prodottine. Ed infatti cominciandone l’analisi dalla testa, ritrovasi questa coperta della così detta Casia o Causia. Arriano in un luogo della sua storia (2) dice che Alessandro all'uso de Macedoni usava la Causia. Dal grande Visconti, e dal Cicognara (3) si ha, che questa specie di cappello fosse la copritura dei popoli della Tessaglia e della Macedonia fin dalla più remota antichità, talche Antipatro di Tessalonica ce ne fa fede con questo Epigramma riportato dal Suida (4) Kavsf n towsaporte panzdésty Eno)0v WXY Kai suemds ÉY vipera, naf udpvs eV TO)suo.

cioè, Causia, quae ante Macedonum tequmentum fui- sti, tam mwvem propulsans , quam galeae usum in bello praestans.

Appo i Greci, portavasi il cappello anche in Città.

constans excipere qui confideret, eminus cerlus, comminus violentus, eques improvidus turbidusque, pedes interritus pervicarxque, Mul- tus ad imperia difficultatum , onerosior tamen exempli proprii ir- rilamentis: quoniam bono opere praeveniri pudibile ducebat juventac munus e corpore alacriter pelens, Ipse barbae acutae durior et cae- tera candidus , et quae sibi sane quisque rectius consulat, aut ipsi cerle imperatori vel militi velit. Itin. Alex. cap. XII, XIV, XV.

(2) Lib. VII Expedit. Alexandr. p. 491 Blanchard,

(3) Oper. varie Storia della scultura. Confer. Winckelmann. M. Ined.,

(i) Alla voce Kuvss,

—0

Si sa altresì il bisogno e la necessità che aveasene in campagna, ed in viaggio; e ciò appunto per ripararsi e guarentire il capo dal sole, e dalla pioggia : eperò che se n'estese l'ala d’intorno, come vedesi in una gem- ma presso Winckelmann. (5) E diffatti Kavswvos vuol dire aestus (6). Il pileo Tessalo, lo stesso che la Cau- sia Macedone , come abbiam detto con l'autorità del Cicognara , era adottato specialmente dagli eroi e dai divini, vedendosene fregiati Giasone , i Dioscuri , A- pollo, Mercurio ete. Il pileo Tessalo, dice l'Avellino (7) fu dato a Giasone per ricordare più particolarmente la patria. È noto in fatti quanto esso fosse proprio dei Tessali, perciò da Sofocle (8) detto cosspiz vor Gsssate Suida a tal. v. (9) addita lo scopo de’ cappelli Tessali, da che vedesi chiaro come fosse necessario ne’ viaggi, nelle battaglie, e negli altri usi della vita. Anche le romane usavano in viaggio i cappelli Tessali (10). Fu detto anche vialorio , e ne sono fregiati pure i Dio- scuri, come può vedersi in moltissimi monumenti , e specialmente negli antichi vasi, fra quali quello rappre- sentante il mito di Talo (11). Giasone in un vaso ri-

(5) Mon. Ined. part. 1. pag. 89.

(6) Suida a tal v. p. 284 vol. 2. Kuster.

(7) Hlustrazione del Mito di Talo p. XIX dell’ediz. in fol. gr.

(8) Oedip. Col. v. 313 et sequ.

(9) Galerus umbram faciens, sive latam oram habens et caput a sole defendens. Thessalius vero dicitur, quia pilei Thessalici erant lati. Vol. 2. pag. 59 Kuster.

(10) Zannotti Diz. Pitt. di ogni antichità alla V. Cappello.

(11) Tav. II della citata illustrazione del ch. C. Avellino.

—9' portato dal Millingen (12) è rappresentato col petaso alla foggia Tessala (13). L'Hliria era contermine alla Macedonia; e in una medaglia di Genzio Re di tal Re- gno scoverta dal P. Froelich (14) nel Gabinetto di Vien- na, descritta pure dall'Eckel (15), e riprodotta dal Vi- sconti, (16) la testa è coperta della Gausia. Il chiar. Cavedoni nella Dichiarazione di alcune medaglie greche, parlando di Genzio Re d’Illiria, dice « la testa di questo Re coperta di un pileo nazionale fornito di larga tesa , si che somiglia ad un fungo, ( Eckel num. vet. tab. VI. 23) e ne fa vie meglio gustare il sale Plautino di quei due versi (in Trinum. v. 916, SIT. ) »

Pol! hic fungino quidem genere est , capite se totum segit Illurica facies videtur hominie eo ornatu advenit. »

( Bullet. dell’Ist. di Corrisp. Arch, di Roma n. 1.)

(12) Vases divers. tav. VII.

(13) Vedi Panofhka intorno a questo vaso nel suo scritto Noz- ze di Giasone e di Medea. Nel vaso Ruvese esprimente il sud- detto mito di Talo, si dottamente illustrato dall’Avellino , vedonsi de’ personaggi con pileo Tessalo simile al Macedone detto pur 7ia- forio , e Giasone ivi specialmente è distinto, perchè quest Eroe favoloso è abbastanza conosciuto per l'impresa di Colco , per le sue peregrinazioni con la naye Argo, le sue relazioni con Me- dea, e con Circe, il che nella mitica storia allude ai peripli dei mari, alla comunanza di origine co' Colchici Itali, e con le colo- nie Colchiche presso questi ultimi. Klausen Aeneas und die Pena- ten, p. 1189, Corcia, Jannelli ete. Giasone si riconosce dalla Clamide e da una specie di Causia ( Philost. Her., 2. )

(14) Reg. vet. Numism. p 45, tav. 6. n.2.

(15) Doctr. num. t. IT., p. 158.

(16) Iconograph. Grec. T. IL. 8. ediz, fr. Mil. 1823 tav. VI, n. PI.

e

In un altra di oro di Demetrio Poliorcete effigiato a cavallo presso a poco , anzi simigliantemente al nostro ‘Eroe, codesto Principe è coperto Hi Causia (17) senza andare in traccia di altri molteplici esempi.

Dal trovare adunque che il cappello detto Casia 0 Causia, era in uso appo i Tessali, i Macedoni, i Traci, e gl’Illirii, popoli fra loro affini, ed attigui, ben se ne può dedurre, che la copritura del Giovane Alessandro fosse la Causia Magione e con l'autorità di sopra citata dell’Ar- riano, non che di Strabone sull'uso fattone da Alessandro, anche in tempi posteriori (18), pruovasi convincentissima- mente, che sia uno de’ segni diehiarativi di Alessandro Ma- salire rappresentato nel marmo. ÎImperocchè essendo A- lessandro in uno di quei momenti, in cui traevasi alla ri- nomannza, e alla grandezza precomzzata; l'abilità dell’ar- tefice densa rifrarlo con lo costume patrio, e con quegli ornamenti che si addicevano all’azione che dovea esprimer- lo, ed imponergli la Causia, come la più acconcia alla sua età e al domare il Bucefalo , riparandolo dal sole.

Or venendo a riguardare mano mano la testa, 1 ca- pelli, il portamento, il volto , il petto , e il rimanente del corpo , vi si ravvisano a chiare note le espressioni carztteristiche conformi a quante ne veggiamo ripetute

(1?) Visconti op. cit: Tom. II., pag. 76, tav. II., num. 2. Cnfr. Aristoph., aves, 203. Muller Ueber die Macedoner p. 40. Lo Scita Scilurus è pur effigiato nelle monete di Olbia no Cau- sia, così l'annotatore del man. di Arch. di Muller not. 1. al $. 342. Plaut. Mil. IV; 4, 41. Su la causa del color fera assai.

(18) « At Calanum, cum Chlamydem et Causiarz ac crepidas induium conspexisset, risu sublatum ita fatum » etc. Lib. XV, p. 1042, Amstel. 1707,

în altri monumenti di Alessandro , e a quanto ci è stato di lui riferito.

Credo esser buono ricordare che il medesimo fu con- temporaneo de’ grandi artefici greci; anzi Cantù, dice lui stesso artista, dotto (19), bello, forte. Fu massi- mo protettore di essi, e delle arti Greche , che al tempo del suo impero riceverono tale impulso , e pro- grediron tanto da esserne segnata l'epoca fastosa come di apice e di ultimo termine. Il genio Greco brillan- te, come il suolo suo brillantissimo , spogliandosi del- l'infinito Orientale, e delle smisurate , e colossali for- me di esso, informossi del vario , del leggiadro, e del bello ideale il più squisito (20) coi Fidia, coi Poli- cleti, cogli Apelli (21), coi Lisippi, coi Prassiteli che abbandonarono il parallellismo asiano nel profumato suol di Grecia, talche il genio delle arti di esso sovrasta alle orientali, come le Piramidi al Partenone. Non vi è che

(19) Biografia di Alessandro, Docum. Vol. unico Strabone Lib. XV, pag. 1042 D. Edit. cit. parlando di Calano, dice per bocca dello stesso « Summopere quidem Alexandrum laudo, quod in tanta administrandi imperii mole sapientiam expetit quem solum ego in armis philosophantem vidi. »

(20) Vidersi allora sviluppare nelle Scuole artistiche Greche delle forme , che sembrarono al gusto ed al sentimento nazionale quali sono quelle dell'organismo nel più alto grado di sviluppamen- to, come le sole veramente inventate , e che in conseguenza fu - rono prese per base nella rappresentazione generale di una vita più elevata; queste forme son quelle che sono state chiamate ideali. Lor principale qualità la semplicità, e la grandezza. Mi ler. Man. d’Ar- cheoi. 8. 331, 3.

(21) Il gran Pittore Panfilo, di cui fu discepolo Apelle, era Ma- cedonieo. Adriani Lettera a Giorgio Vasari p. 17., Le Monnier.

ai a portar lo sguardo su i pochi residui di fanta gran- dezza dell’arte Greca, e contristarsi lamentando la per- dita di copia immensa di capolavori, che l'avidità dei Romani conquistatori trasportò di Grecia o distrusse 0 guastò ! Si sa che Nerone fece recare a Roma più che 500 statue, per adornarne la celebre sua casa aurea, fra le quali era ancor quella di Alessandro il grande , e siccome a quell'epoca era già invalso presso i Romani il depravamento delle arti , il capolavoro Greco rappresentante Alessandro fu dorato , com’erasi fatto per altri moltissimi. (22)

Or bene se l’epoca di Alessandro fu per le arti greche come l’apogeo , nel che consentono il detto Cicognara , il Winckelmann , l'Heyne ed altri, potrà bene imma- ginarsi quali doverono essere le varietà , e l emule gare de’ migliori artefici contemporanei del gran Capi- tano, per rappresentarlo in tuite le foggie, in tutti costumi; dalla nudità Macedone, alle svariate e ricche stoffe asiane ; dalla semplice Causia, alla Tiara dei superbi reggitori de’ Persi; dalla gemma la più pic- cola e preziosa di Pirgotele (23); dalla tela la più

(22) Cicognara Stor. della Scollura.

(23) Una bella pietra che offre il ritratto di Alessandro es'ste nel M. del Duca di Blacas recentemente publicata nel Tresor de Glyptique , Iconograph. pl. XII. D. p. 21, e porla inciso il no- me di IIYPPOTEAH® Raonl Rochette Lettre à M. Schorn p. 151. Questo chiar. Scrittore ricorda le frodi per le gemme del nobilissimo artista, del qnale molte contraffazioni sono state in- irodotte nei Musei di Poniatowscki , e in quelli di Lord Monta- gue; ed il Filippo e l'Alessandro di Lord Besshorough sono per noti Im ibid. Il nuovo monumento citato dal R. Rochette pnò

Na

maravigliosa e naturale di Apelle ; dal più fino e mor- »:do marmo o bronzo di Lisippo , al gigantesco lavoro rrogettato da Stasicrate. Da ciò si misuri la potenza ii chi ebbe un impero in pochi anni, che costò fa- tica, e sangue per 10 secoli ai Romani, e vedransi raggiunti gli estremi dell’adulazione e della gratitudi- re; della grandezza, e dell’ardire de’ concepimenti. E quasi che Apelle, Lisippo e Pirgotele fossero i più di- stinti e tra 1 nobilissimi artefici Greci; ad essi come privilegio , fu riserbato quello di effigiare Alessandro. « Quod utinam ( esclama Apuleio ) (24) pari exemplo » philosophiae edictum valeret, ne qui imaginem ejus » temere assimilaret : uti pauci boni artifices, iidem » probe eruditi, ommnifariam sapientiae studium con- » templarent; nec rudes, sordidi, imperiti, pallio te- » nus philosophos imitarentur , et disciplinam regalem, » tam ad bene dicendum, quam ad bene vivendum re- » pertam, male dicendo et similiter vivendo contami- » narent! »

Lisippo dotto in notomia , cui avea messo molto stu- dio, dovette più di tutti ritrarlo al naturale, sicchè son lieto in pensare che il bassorilievo fosse copia di una delle 600 opere in bronzo da lui fuse, delle quali molte, doveano essere del gran guerriero , massime che da Asclepiade ci si riferisce questo epigramma , dal quale rileviamo com’egli ben lo ritrasse. (25)

po

essere pertanto una eccezione al genio di falsificare le opere di Virgotele.

(24) Apuleio Flor. VII. p. 114, edit. Nisard.

(25) Antol, IV, 8, 37.

15

Quantus Alexander Lysippi spirat in aere! Quae ducis e vultu vis micat eque aculis

Ora etenim ad celum tollens , o Juppiter inquit, Laetus habe calum tu tibi, terra mea est

E Posidippo (26) pur consacrò a Lisippo quest'altro

Mire opifex Lysippe , oculis ex auribus ignem Aerea Pellaei vibrat imago ducis.

Ignosco Persis: Quis viso armenta leone Miretur celeri, vertere terga fugae ?

E quale accuratezza non doverono mettere gli artefici più celebrati della Grecia nel ritrarre Alessandro , es- sendo egli stesso artista, come ho notato col Cantù? Orazio (27) dice avesse iudicium sublile videndis ar- tibus. E quanta intelligenza aver dovesse nelle arti, ci vien mostrato da Plinio (28) il quale narra, che amasse tanto Apelle, da cedergli la sua favorita Campaspe (29), quando incaricatolo a ritrarla nuda, si accorse della fiamma, ond’era rimasto preso l'artefice sommo. Invano Eliano (30) ebbe a screditarlo in fatto di gusto di arte, meno non voglia ritenersi, che dopo la conquista del- l'Asia fossesi addimostrato in essa depravato per la pira eretta al suo Efestione (34). Nel che però ha da ri

(26) Im ibid. 8, 36.

(27) Epistol. 1., lib. IL., v. 242.

(28) Lib. XXXV, 36, Hist. Nat.

(29) Eliano corregge dicendo Pancaste la favorita. Apelles vero concubinam Alexandri nomine Pancastam genere Larissaeam, cum qua etiam prima Alexander rem habuisse dicitur. Var. Hist. Nb. XI, Cap. VII, p. 729. Edit. varior. Vedi Adriani , Lett. a Vasari.

(30) Lib. II. Cap. HI. Hist- var.

31) St. Croix examen critiq. p. 213.

ri 16

guardarsi, non fanto al gusto semplice e severo dei Greci, quanto all’arcano di quella pira , che misteriose cose simboleggiava , come avrò campo indicare nell’al- tra parte. Oltre che per ovviare alla taccia di Eliano, soccorre questa osservazione del dotto Freinsemio (32) Alexandrum ommibus ingemi fortunaeque dotibus abun- de auctum, ornatumque fuisse comperio, quibus fata- lem tantae potentiae virum oportebat instrui ; e di Apulejo (33).

Or quanti monumenti verranno ‘da noi esaminandosi, prescegliendoli fra i più autentici che sianci pervenuti, ne vedremo la più sicura simiglianza col nostro basso- rilievo, senza ammettere ciò che alcuno possa osser- vare, di non esservi veri ritratti di Alessandro, al che contrapongasi ciò che leggiamo nel Raul-Rochette (34), Avellino, Quaranta ed in Visconti. E secondo quest'ultimo trovo uniformi le sembianze del giovane a cavallo a quel- le dei ritratti dallo stesso esaminati (35). Imperocchè la faccia del giovane Eroe ci si mostra imberbe (36)

(32) Supplem. ad Lib. I. Curtii.

(33) A/lexandro illi, longe omnium excellenttissimo regi, cui ex rebus actis , et auctis cognomentum magno inditum esf, ne cir, uli unicam gloriam adeptus , sive laudibus unquam nominaretur ; nam solus a condito aevo, quantum hominum memoria extat , inexuperabili imperio orbis auctus , furtuna sua major fuit. Apul Flor. VI, edit. Nisard. p. 114.

(34) Lettera a M. Schorn op. cit. p. 151.

(35) Op. var. ed Iconogr.

(36) Prescindendo dalla riflessione che Alessandro all'epoca in cui domò il cavallo era giovanissimo, e per necessità imberbe, evvi pure, che all'epoca di lui ebbe luogo la moda di rader la barba, cosa distintiva, secondo Muller, dell'età che seguì quel grande.

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e dotata di quella freschezza, tipo della prima giovi nezza , e che fu qualificativa di Alessandro. (37) L’oc- chio grande, e per quanto può aversi da un marmo, vivo, penetrante, che lascia intravedere l'anima fo- cosa ed impavida di lui. Il naso quantunque maltrat- tato, e monca la punta, non mostrasi, al modo che è rimasto , lontano da quello solito a vedersi negli al- tri ritratti del Macedone. E tal mancanza fa sovveni- re che Augusto fra coloro che visitarono la tomba di Alessandro , avendo trovato integro il di lui corpo , ne prese un pezzo (38). Il mento ovale, sul quale Visconti ha fatte giudiziose osservazioni ; Il collo nu- do , grosso, muscoloso , e piantato su di largo tora- ce, in parte nudo, e in parte coperto da clamide ehe scende graziosamente in svariate pieghe sul seno, e die- ro gli omeri, alquanto svolazzante fin sopra le ginoc=

(37) Apelles autem Alexandrum pingens fulmen tenentem non representavit cotorem ejus ; sed magis fuscum, et sordidiorem fe- cit , quam fuerit ( ut ajunt) candidus: qui color in pectore et fa- cie potissimum purpurascebat. Plutar. vit. Alex. « La bianchezza della pelle, e il color biondo de’ capelli caretterizza la giovinezza degli Dei. Muller. M. d'Arch. $. 337 I bianchi, secondo Plato- ne, sono i figliuoli degli Dei Sul colore degli Atleti, Manilio Astronomicon IV, 720, perque coloratas subtilis Graecia genles == Gymnasium praefert vultu , fortesque palestras. Pare, che Ales- sandro avesse riunito il tipo della bellezza greca E ben ci viene in punto il classico luogo di Apulejo « Eo igitur omnium metu fac- tum, solus Alexander ut ubique imaginum suus esset ; utque om- nibus statuis , et tabulis , et toreumatis idem vigor acerrimi belta- toris, idem ingenium maximi herois , ecadem forma viridis juven- tae , cadem gratia relicinoe frontis cerneretur. Flor. VI.

(38) Dion. Cassi. lib. 51, S. 16.

le chia, che restano ignude, del pari che le gambe e i piedi. Le solee, (39) di cui veggonsi fregiate le piante dei piedi senza allacciamento, lo che addita alla natura eroi- ca. E il cavaliere stringendo il crine con la mano si- nistra, sta nella stessa foggia di quelli che veggonsi nell’Atl1. del Muller ( tav. 24 fig. 28. ). In somma pre- senta tulto ciò che si ha dideale, e monumentale del Macedone.

Non rechi maraviglia, come Alessandro non mostri aver redini per frenare il Bucefalo, poichè ben forse dovea averne, giusta i biografi e l'arte de’ domatori di cavalli (40); ma lo scultore idealizzando il costu- me degli eroi, avrallo rappresentato senza tali istru- menti cavallereschi, come farò osservare nel 2.° ca- pitolo. Alle statue-ritratti, ( Muller Man d'Arch. &. 340 ) davasi il costume ordinario , menochè la figura

(39) Si sa chele So/ee erano adoperate dagli eroi, conservando Ja nudità de’ piedi, di che pregiavansi i Greci, annettedovi un'idea di bellezza, e Lisippo scultore in tanti modi di Alessandro, e stu- dioso della bellezza sino a//e minime cose , essendo stato seguace della scuola di Policleto, noto per la grazia, di che sapea im- prontare le sue opere, in tal costume dovè rappresentarlo.

- (40) Ducitur ante omnes rulilae manifestus Arion Igne jube. Neptunus equo , si cerla priorum Fama , pater : primus teneris laesisse lupatis Ora , et liloreo domitasse in pulvere fertur , Verberibus parcens ; elenim insalialus eundi Ardor, et hiberno par incostantia ponto. Sacpe per Jonium Libycumque natantibus ire Interjunctus equis, omnesque assuelus in oras Coeruleum deferre patrem : stupuere relicta Nubila : certantes Eurique, notique sequuntur.

Staz. Lib. VII. Tesaipr.

sig e

innalzata al grado eroico, o divinizzata, non fosse collo- cata al di sopra de’ bisogni ordinarì. Ecco l'idea dell’ar- tefice greco. Giusto Lipsio (41) dice d’altronde, che i Nu- midi avessero pugnato con cavalli senza freno , e Clau- diano presso lo stesso scrisse

Sonipes ignarus habenae Virga regit +

E Silio

Numidae gens inscia froeni Quis inter geminas , par ludum mobilis auras Quadrupedem flectit, non cedens virga lupatis.

Abbiamo anche in Pindaro, che le corse negli stadì Olimpici eseguivansi con cavalli che non avevano freno e senza altra bardatura , così in Gerone.

Qualor del chiaro Alfeo presso le sponde Posò volando senza sprone ne’ freni Il suo signor della vittoria in seno.

Alessandro forse non fu straniero a tali giuochi , e l'invito ricevuto di recarsi agli Olimpici, meritò quel- la piccante risposta riportata da Freinsemio (42). Ma

(41) Epist. Cent. III ad Belgas p. 150, vol. 2. Antverp. fol. ediz. del 1637.

(42) Ergo dicentibus quoniam cursu plurimum valeret , debere profiteri numen suum inter eos, qui Olympicis ludis certaturi es- sent , cognominis sibi regis eremplo ; magnam ea re per Grae- ciam sibi famam comparaturum : « Facerem , inquit , si reges haberem adversarios » Freinshem. Suppl, in Curt. Lib. I, p. 7. Lemaire, Cnfr. Plutar. vit, Alex,

3

Re,

l età cavalleresca di Filippo e di Alessandro, simile a quella del medio evo, cui tanto si affà, non per- melteva certo una incongruenza , senza ingiuriare al ge- nio Macedone per tal genere di esercizio , il quale con- tinuo com'era, ed abituale per la sua gioventù, distin- guevasi per la generosità de’ cavalli e per la loro ec- cellenza, per le corse e palestre, cui era dedicata , certo sfornita di ciò che a cavalieri Driosi si addi- cesse. L'andamento poi del giovane sul cavallo, la supe- riorità che appalesa, la franchezza , e l'atteggiamento sicuro, e l’assecondamento dei movimenti di esso, non sono abbastanza conformi al narrato del Macedone nel domare il Bucefalo ? E se pongasi attenzione alla de- stra armata di frusta levata in alto, di cui non ser- vissi, come vedremo, e all'uso de domatori de’ caval- li, non convincerà qualunque , che Alessandro sia il ca- valiere del bassorilievo pompeiano ? Arrogi la nobiltà e lumanità del volto, il vivo degli occhi, e avrassi la fedele immagine di lui (43), quasi terrestrenume. Non pretendasi ritrovare in esso l'aspetto terribile, e l'ira guerresca, che dappoi mostrò, e di cut si abbia fra gli altri un esempio, quando i Deputati In- diani vistolo nella sua tenda, e salutandolo caddero chini a terra spaventati (44). Nel bassorilievo dobbiam

(43) His fantisque praeditus dotibus Alexander tum divinum ge- rere spiritum in hominis figura visus est , tum ad memoriam for- titudinis ac felicitatis adeo insignis evasit. ul ejus fama atque no- mine aures omnium hominum omni aetate circumsonare necesse sit. Maii prefat. ad Itinerar. Alexandr. p. VI.

(44) Legati ad Alevandri tabernaculum adducti quum illum se-

fg

vedere delineati gli affetti dell'età sua intorno ai 14, o 15 anni ; la passione dominante del paese del ca- valiere , e quella dolce fierezza compagna del genio della conquista , e dell'istinto di essa. E neppure pos- siamo confonderne i tratti con quelli che ce lo dipin- gono ad Arbela. ad Isso , al Granico, quando le fa- tiche , i rovesci degl Imperi, Pansia dei desiderì della conquista (45), o la morte di Callistene , di Clito , 0 il dolore per Efestione , a questo novello Achille, aveano alterata mente , cuore, e lineamenti. Nel bassorilievo pompeiano è come balenaia la gloria di lui in quel volto quasi divino (46). Vuolsi, che l'aspetto di Alessandro avesse alcunchè di angoloso , di Zeonino (47) , come pur ripetè il chiar. Cav. Quaranta nella sua dotta illu-

dentem nondum delerso pulvere , omni adhuc armatura indutum , galeaque tectum et lanceam manu tenentem vidissent , aspeclu ejus perterrefacti in terram prociderunt , diuque silentium tenuerunt. Ar- rian. Lib. V. C. 2. Al che consuona quel che dice l’autore del libro de’ Maccabei ( Lib. I. V. 3. Cap. 1.) Et siluit terra in conspectu ejus,

(45) « Noctes complures insomnes, belligeransque dies traduxit » morte cruentas, cum invictis bello imperiis , innumerisque gen- » tibus. » Plutarc. de Fort. Alexan.

(46) Vedi l'Epigramma Greco riportato dal Visconti nell’illu- strazione del Bassorilievo di Arbella. Oper. car.

(47) Il tentativo (così l’annotatore del Muller $. 335 man. d'Ac- ch. ) fatto con molto spirito dai moderni di paragonare i differenti caratteri dell’uomo cogli animali di diverso genere ( Giove- Zeone, Ercole-Toro ) è molto a proposito per l'aspetto leonino d' Ales- sandro il Macedone, di cui vedi quanto dirò più appresso. Il Leone , dice Visconti , Iconograph. Grecque*, t.' IL, pi 64, fr. mil. 1525, è il tipo comune de’ rovesci di tre medaglie di Ales-

= III

strazione del Musaico Pompejano (48). In qualunque modo che sia , il nostro bassorilievo offre un viso , che allontana l'idea dell’ angolosità e di fierezza leonina ; anzi lamabilità risentita della fisonomia ben si affà con P abituale umanità del Macedone , non disconve- nuta dagli storici tutti, e specialmente riferita dall’Ar- riano (49) allorchè fu sedizione de Macedoni per favori accordati ai Persiani. Qui conviene ritenere l’angolosità nel ristretto senso del profilo greco, cui tanto ebber cura gli artefici. ( Vedi più appresso) E parmi, che langolo- sità, e l'aspetto leonino siano stati spesso traveduti e interpretati dai moderni sulla fede di molti scrittori; e ciò per ispiegare forse la sua discendenza da Giove , e spe- cialmente da Ercole, solito ad aver per simbolo il Leone; compagno di ogni suo monumento, ed esprimente il culto solare. Ma su tal punto andrò a veder più basso le ra-

sandro. Nel primo, quell’animale può avere un rapporto parti- colare con Ercole , nel qual costume Alessandro è rappresentato dalla parte della testa. In tutti e tre, questo tipo alluder può alla famiglia degli Eraclidi, dalla quale il conquistatore era sor- tito, e all'aria leonina , che i biografi gli han data.

(48) Abbiamo da poco un novello opuscolo sul monumento in parola; ove il suo autore si è sforzato rivendicare alla Sicilia un fatto, che non attribuisce ad Alessandro. Parmi che il sig. Carlo Pancaldi abbia un bel dire dopo le osservazioni de' chiarissimi Quaranta ed Avellino.

(49) Erat enim magis solito ad iram proclivis , atque ob bar- boricum comitatum non ita atque olim erga Macedones facilis at- que humanus. Arrian. Vit. Alexan. lib. VII C. VII.

E One

gioni, esaminando meglio i luoghi de’ Biografi , oltre ciò che abbiam veduto alla nota 47.

Lunghe discussioni sono a noi pervenute sulla con- formazione degli occhi dell'eroe. Certo che la grandezza di quelli del cavaliere del bassorilievo pompejano, ri- velano la magnanimità , e l'umanità, Ie quali il S.* Croix vorrebbe essersi esercitate piuttosto verso i nemici, che verso i suoi; ma il caso eccezionale di che parla Arriano nel citato luogo non conferma l'opinione del critico francese, e l'umanità di Alessandro rifulge da quel che riferisce Plutarco. (50) Il Wetzel nelle annotazioni a Giustino ( Lipsiae 1817 al lib. IX. C. $. p. 137, not. 11. ), osservando alle parole dello stesso su di Fi- lippo ed Alessandro , dice « /n utriusque et patris et filiù moribus inter se comparatis non magis Justino , quam Ciceroni ( oflic. 1. 26. 3. ) assentior. Cicero emm: « Philippum, inqut, rebus gestis et gloria su- » peratum video a filio; facilitate et humanitate fecisse » superiorem. » Vonne autem major gloria est regnum Macedonum deblitatum et a tot tantisque hostibus la- cessilum non solum vindicare, sed huic etiam Grace- ciae imperium asserere , quem regnum ad hoc fasti gium evectum tanlis ducibus, lantoque exercitu fir- matum tueri, hujusque civibus evertere Persarum im-

(50) Proinde in Alexandro cernere est humanitatem belligeran- tissimam milem forlitudinem, frugi liberalitatem , iracundiam exo- rabilem, amorem modestum , animi remissionem non cacantem las- sescentiam haud irremeabilem . ..... Ecquis denique inimicis la: cessentibus infestior , aut miseris clementior, aut indigibus beni- gnior ? De Fort. Alex. Orat. 1.

Wi perium iam ipsum dissolutum in qua suum ipsius exi- tium ruens ?

il torvo cipiglio voluto da alcuni appare negli occhi del giovane, ma vi traluce quello slancio , che potenti cagioni, quali di uomini, che la Provi- denza crea a bene, od esterminio de’ popoli e delle nazioni , cacciano nello sguardo. E trovo non commen- devole la osservazione del S.* Croix sull’essersi mo- strato Alessandro indulgente più verso i nemici, che verso i suoi ; imperocchè Alessandro aveva preso l’as- sunto di estinguere ogni odiosità fra tutti popoli; (51) ed aveva tolto il sublime carico di un generale ravvi- cinamento , l’opera la più portentosa , la più memora- bile, laddove avesse potuto da uomo menarsi a com- pimento. E del tentativo fattone abbiamo monumento insigne illustrato dal Visconti (52); in cu la prima

(51) « Capila vero commentariorum praecipua et memoratu di- » gna haec erant. . .... ut civium in urbes novas commigra- » tio, et hominum ex Asia in Furopam, et rursum ex Europa » in Asiam translatio fieret : ut per connubia et necessitudines » eontinentes orbis maximas concordia mutua et cognatione ami» » citia inter se devinciret. 'l'emplorum de quibus dictum , aedift- » canda erant quaedam in Delo, Delhpisque , et Dodona; quaedam » in Macedonia , ut Jovis in Dio, Dianae (quam Tauropolon vocant ) Anaphipoli etc. » Diod. Sicul. lib. XVIIE. c. 4. Wes- selling. Cnfr. Arrianum Expedit, lib. VII « Hlud certe mihi » asseverare posse videor illum mihil humile aut exigui momenti » animo volvisse neque quantumlibet terrarum suo imperio ad- » jecisset, conquieturum fuisse : non si Europam Asiae aut Bri- » tannicas insulas Europae conjuxisset, sed ulterius semper ali- » quid a notitia homiuum remolum quaesiturum. »

(52) Op. var, v. III, p. 63 e segu. tav, IE, L'autore con ar-

(9) x

7 BRR 1-3 2S

volta vedesi dall'artista assunta l’idea monumentale del grande disegno di Alessandro di estinguer l’odio tra gli orientali ed occidentali, di cui il misterioso Licofrone dice la forza (53). Ed è bello il riscontrarvi questo Epigramma greco

Er Fatev BariAnes emov Fopds S9ve% gUTWYVI Orsx Tsolé yume Musavos vEMmITaL

Eiui dep” HoxxAeos Atds sxyovos, vids DeAirmo Atunidav ysvene puntoos ONUUTLAÒ0S

» I Reele lor nazioni, e loceano che circondando la » terra fa vivere, sono stati spaventati dalla mia lancia. » Figlio di Filippo , io discendo da Giove per Ercole , » sono della stirpe degli Eacidi per Olimpia mia ma- » dre (54). Ma gli sforzi di Alessandro non furono co-

gomenti invincibili è riuscito a provare che il bassorilievo rappre- senti la battaglia di Arbella, e che lo scudo abbia fatto le veci di statua alla quale il tempio o l’altare apparteneva, lo che confer- ma con altri esempî ( p. 67 ) ed in cui leggesi la iscrizione « Hizt NEGLI MANN TOITA mp5 Axostor yavomsvn ey AporAors » E questo, dice essere il terzo esempio di culto renduto agli scudi, tenendo luogo, come ho detto, di statua; poichè, secondo me, così egli, l'Europa e l'Asia vi adorano l’immagine d'Alessandro, rappresentato al mo- «mento dell'azione della battaglia d'Arbella. « Egli fu adortao du- rante la sua vita, ed il suo culto generalmente risparso dovunque dopo la sua morte, anche sotto il dominio romano. Nell’iscrizione di Rosetta si fa menzione di Aeto, figlio di Aeto, sacerdote di Ales- sandro in Egitto, forse in Alessandria. Ivi. pag. 69. Ciò convalida quanto sarò per dire sulla divinità di Alessandro nella 2.* parte. (53) Licofrone Cassandra, Canto VI « L'emula, e sempre al- l'Asia Europa infesta. » (54) Questo Epigramma è nel bassorilievo dal Visconti credu!o rappresentare la famosa battaglia di Arbella. Il medesuno Viscont

-_26 ì e.

ronati che da breve successo in quel che risguarda im- mischiamento di stirpi, chè l’idea veramente grande e primigenia fu inca.nata nella fondazione di Alessandria. Per questa , e per la famosa favola di Nettenebo , Ales- sandro cercò riattacccare la sua dinastia a quella de- gli Egizî, e legittimare in tal modo la sua conquista. Etsi enim Alexandria Urbs ac Regis Sepulchrum cete- ris populis Aegyptios Alexandro sociaverant, non ta- men haec exurere ipsis videbantur ignominiam gugi. ab alienigena Rege impositi. Rationem vero qua m- ligari talia vel dilui possent a majoribus acceperant. Nam quum antea Persarum imperata facere coacti fuissent, mihil imqui se pati dictitabant , videlicet Cambysem matre fuisse Aegyptium. . ..... Quid mi- rum igitur si simili modo ‘in Alerandri affintatem se traduxerunt, adeo ut Nectanebi successori legit-

Op. var. tom. III. p. 65 Milano, 1830 avverte, che la poesia aveva già prevenuta l'idea dell’artista, il quale ponendo nel bassorilievo Europa ed Asia, come adoranti Alessandro, avea seguito il pensiero di Eschilo nel sogno di Atossa ( Aeschyl. Persae v. 179 et sequ. ) ove, servendoci della bella versione del Bellotti messa dal chia- rissimo D.r Labus a p. X. della sua prefazione al Visconti , il Tragico Greco dice

Oi. I imedinanzi

Parvero due ben adornate donne

Composta l'una in Persiani pepli ,

L'altra in Doriche fogge , alla statura

Più auguste assai di quante intorno or vanno Di bellezza incolpabile , e sorelle

Dun ceppo istesso ; e il suol di Grecia l'una, L'altra avea l'Asia ad abitar sortita,

Ma

È

È de opa

timo parere viderentur. (35) Nel quale sentimento ab- bonda il Letronne. Questo però non esclude la rifles- sione che ci vien dall’Heyne per la grandezza , il com- mercio, e gli eventi del mondo. (36) E pur fallita andò innanzi di Alessandro l'istessa idea con Sesostri; e dopo di lui, coi Romani, coi Crociati, e con Bonaparte.

E ritornando allo sguardo del giovane cavaliere, nulla vi si rinviene di quella incertezza, che rimorsi ed an-

gosce lo penetrarono vivamente dopo la distruzione di

Tebe (57), di Tiro, e del favoloso racconto, forse,

(55) Muller Introducf. ad Pseudo Callisthenem p. XIX. Didot.

(56) « Non sine respectu ad Carthaginienses in confinis Ae- » gipli haerentes Alexandriam in ipsis Aegypti finibus, et ad mare » fuisse conditam, Regi tamen ex Aegypto in ulteriora Asiae pro- » fecturo, jam hoc ad providendum satis caussae fecisse, ut prae- » ter Memphin et Pelusium, urbe maritimo in loco posita, prae- » sidia idonea et liberos ex hac urbe commeatus et commercia » cum Macedonia et Siria haberet; porro conjectare licet ipsa loci » opportunitate ductum Alexandrum forte ad casus futuros incer- » tos animum advertisse. Quae vero praeterea passim memorant » eum ad urbem condendam adduxisse, ea hominis divinitus af- » flati essent, qui jam cum loci opportunitatem ad commercia » per omnem terrarum Orbem jungenda prospiceret » Excur-

“sus de Alexand. M. agente ul totum etc. T. VI. p. 354.

(57) A Tebe fu salva solamente la casa di Pindaro, lo che con- ferma la protezione che Alessandro accordava agli uomini di let- tere e di arte. Nel Giulio Valerio dell'edizione del Mai leggesi il pianto di Cleade snlla rovina di quella città.

Hancine tu Urbem marime regum Alexander Properabis excindere , quam tibi Dii Immortales prosapiae tuae Principes Pcepererunt ?

—'ag0 deîla itegia di Perscpoli (58), per sodisfare le volut- tuose voglie di Taide famosa. Più ampiamente vedrò appresso ciò che torna a dilucidamento maggiore del tor- ro asserto e della volubilità degli occhi di Alessandro.

Questi versi leggonsi pure in Giustino XI. 4. Lypsiae, ai quali egli soggiunge « Privata etiam Regem superstione deprecatur, ge- niti apud ipsos Herculis, unde originem gens Aeacidorum trahat; actaque Thebis a patre ejus Philippo pueritia. Rogat, urbi parcat,. quae majores ejus partim apud se genitos Deos pr. : parlim educatos summae mojestotis Reges viderit. Sed potentior fuit ira, quam preces. Il Muller nell'introduzione allo Pseudo Callistene, non dubita esser la narrazione della distruzion di Tebe un Poe- ma drammaticolirico dovuto a Soterico, coetaneo di Dioclezia- no, i cui principî favolosi furono fabricati da Clitarco. Il titolo del libro di Solerico era Iv6oy © A)stavdpda6v. Ora il Python per Soterico era il dragone che Cadmo anticamente aveva uc- ciso nel Citerone al fonte d'Ismeno. « Per questa uccisione av- vamperà il nume, piangeralla il Citerone insieme ad Ismeno , finchè l'uccisore e la sua discendenza non avranno espiata l'of- fesa. La qual cosa, come dovesse accadere, annunziollo l'oraco- lo. Tebe al certo, è nei fati, che debba esser fabricata, può im- pedirsi, che al suon della lira i macigni ergansi a mura. Ma verrà, sebben tardi, il castigator dell'ingiuria, el vindice del nume , Alessandro , il quale rovescerà queste mura istesse con la musica, e quando Ismeno imbrattato del sangue del Pilore lamentasi, al- lora esulterà tinto del sangue Cadmeo etc. » In tal modo il dram- ma sarà stalo adornato da Soterico. Così il Muller p. XV. Didot.

(58) Io detto favoloso , forse , il racconto dell'incendio di Per- sepoti, poichè abbiamo in Clitarco ( /ragmenta Hist. Alex. p. 77. Didot. ) le seguenti osservazioni « Fabulom hanc praeclarum declomationis argumentum, norrant Diodorus XV II,72, Curtius Y, 7, Plutarch. Alex. 38. Nihil de muliercula ista Arrian., Strabo, Auctor Itiner. Epperò vorrei crederlo una fantasia come il poetico dramma di Tebe. Vedi nondimeno S.t Croix op. cit. p. SII,

IE, : VI

Nel nostro bassorilievo il giovane eroe è tutto inteso

a domare il cavallo famoso. Se egli vedesi alquanto inchinato col collo sulla sinistra spalla , ciò ne confer- ma il contradetto luogo di Plutarco (59) che fosse un difetto della sua persona e che perciò convincerebbe maggiormente, il bassorilievo appartenere ad Alessandro; del pari che l'uso della Clamide , propriamente secondo il costume Greco-Macedonico ; (60) e che ne fa sovve- nire quella nobilissima allocuzione di lui ai suoi sol- dati Macedoni , tumultuanti , scontenti , defatigati , e più che tutto sdegnati per gli usi Macedonici abbando- nati, per equiparazione de Persiani ad essi loro ; per corpi di quella nazione ammessi a guardia di lui; e nella quale rimembrando i larghi beneficì del padre suo Fi- lippo alla Macedonia arrecati, incivilendoli , fece loro deporre la nudità, e ricoprilli di Clamide ; pro pellibus chlamydes gestandas dedit (Arrian. VIT, 9, Didot.). La quale clamide fammi ricordare eziandio , come la bella città di Alessandria, che ebbe il più gran porto del mondo , posta tra Asia ed Europa , per essere anello

Droysen Atexandr. p. 247, e Geier Comment. De Vit. Ptolom. Log. p. 47.

(59) Ceteri inclinationem cervicis , oculorumque renidentem vo - lubilitatem imitari volentes, masculum ejus leoninumque vultum non servabant Fort. Alex. Or. II. 2. Didot. Da ciò sorge altro ar- gomento per escludere il /eonizo aspetto.

(60) Nell'arte antica ( JMii/ler M. d'Archeologia $ 340) le ve- sti sono presentate sotto una forma simbolica ed abbreviata ; del che nella parte mitica vedrò la ragione,

t*

di concatenazione tra l’orientale ed occidentale civiltà (61),

(61) Incredibile est quam late evagati sint commentis suis viri docti, in his T. Pownal I. c. p. 89, Alexandrum Alexandria condenda jam tum destinasse novam urbem omnis mercalurae per orbem terrarum metropolin, ita ut haberet ingentis pyramidis spe- ciem trinis suis lateribus Gades, paludem Maeotidem et Indiae ex- trema spectantis, satis magnam laudem Alexandri esse putabimus, quod animadverlerit portum naluraliter tutum, emporium egregium, campos circa totum Aegyptum frumentorios immanis fluminis Nili magnas utilitales: Heyne op. cit. vol. 6. p. 354, nota F.— Pare che il gran pensiero ond’era travagliato Alessandro si fosse Carta- gine, e lo stesso Heyne ibidem p. 357 dice : Jom /onginquarum terrarum extremi occidentis legationes in Asiam missae iis aetati- bus, quibus hae gentium et imperatorum pactiones et legationes non- dum frequentabantur , merito mirationem faciunt, quod si vera ea tradita sunt , videri potest fama de bello in Carthaginienses mo- vendo , jam tum increbuisse , odiisque ex Carthaginiensium domi- natione maris interni , mercatoriaque etc. L’idee del profondo scrittore Tedesco, laddove fossero messe in rapporto con quelle già pure a’ nostri giorni manifestate da Humboldt, ne vedremmo per- fetta consonanza. Ì vasti disegni di Alessandro sono da lui, dopo gli antichi Storici dell'epoca Romana, direi come riepilogati con quel genio di vedere in ampii quadri le azioni de Grandi Uomini. Occor- rerà al Leggitore vederle da me riprodotte, allor quando verrò in- dagandone la natura , e metterò a confronto il fondatore di Ro- ma, Romolo, col gran Capitano Macedone. Vedrà egli allora se le grandi gesta di lui mirassero a grandi cose, ovvero si restritt- gessero nell’ angusta sfera delle semplici e nude conquiste , che sole non costituiscono la grandezza delle epoche istoriche. Vedrà pure come vadano errati coloro , che hanno voluto ammeschinire e quasi del tutto annullare la gloria del giovane Macedone. Non vi è stata accusa che mon sia stata prodigata, non calunnia, non inveltiva, che non siano venute sotto la penna; e l'istesso elogio di Giustino , è tanto amaro, quanto la sventura di averne voluto

se Su edificata a forma della stessa, (62) e quella depo- sitata nel carro funebre di Alessandro (63). E credo

fare un parallelo col padre suo Filippo, che certo non meritava l'istesso posto storico col Figliuolo non infinto, non vile , non quale quegli è dipinto da Demostene. In felicemente questo re- pilogatore di 'Trogo Pompeo ha giudicato con le vedute di altro storico abbeverato di principii contrarii all’ Eroe di Pella ; e per difetto delle condizioni della filosofia storica non animante lo scri- vere della loro epoca , mal vista si rimase la grande epoca Ma- cedonica. Ma io non prosieguo più innanzi in questa nota, per- chè al leggitore mi rifarò da capo su questo conto nel parallelo. (62) S.* Croix op. cit. p. 288, 2. ediz. Cuper su la Cla- mide Cantù Archeol. vol. unico. L' arte greca sorpassando i limiti del campo della religione , e della poesia, rappresentava, secondochè possedeva in proprietà, le contrade, le città, i popoli sotto la figura umana ; queste rappresentanze furono fatte, e mol- tiplicate durante il periodo macedone , e romano , e nell’ epoca repubblicana : Muller M. d'Arch. t. III. p. 370, $. 411. Vedi 8. 328, S. 160, 5. 201, 9. Roma fu assimilata a Pa//ade. Nel mezzo del 7ycheum d’ Alessandria , trovavasi, a quel che pare, la Dea della Fortuna, che corona la terra, e la terra che coroua Ales? sandro. Libanius IV. pag. 1113 Aeisk, presso Muller pag. 208, t. 1., M. d’ Arch. L'arte cercò spesso a personificare egualmente le | Divinità delle Città ( #:xx2 ev ) ed i monarchi , ai quali erano sottoposte , con un genere di figure particolari , e che potevano essere individualizzate in un modo interessante, sotto il rapporto delle località, e delle produzioni.

(63) «Supra hoc circumjecta erat chlamys punicea perquam de- cora , et auro variegata, juxta quam arma defuncti posuerant, eo consilio, ut speciem illam totam rebus ab eo gestis accomodarent. » Diod. Sic. lib, 18. cap. 26, pag. 234 Didot.— Appiano narrando del trionfo del gran Pempeo , vinto Mitridate, fa menzione della Clamide di Alessandro M. « ipse Pompejus gemmato curru vehe- batur, amictus, ut fertur Alexandri Macedonis chlamyde ; si fas est

non sarà discaro veder riportato un luogo di Nearco (64) che così discorre di Alessandria « Sarebbe forse un

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esagerare la previdenza , di cui era dotato Alessan- dro, quest uomo straordinario , affermando ch’ egli avea premeditato un vasto piano di commercio dal primo momento della fondazione di Alessandria. Ma il suo genio si allargava in ragione de’ successi, ed a misura che le conoscenze locali e geografiche au- mentavano per la fortuna delle armi. » E più appres- . La vanità d’ ordinario è la molla potentissima dei fondatori delle Città ; ma qualunque fosse l impero che tal passione esercilasse su l animo di Alessan- dro, è mestieri dire a laude di lui , che le viste uti- litarie lo diressero sempre a preferenza di ogni al- tro movente. Harris ha giudiziosamente osservato , che la più parte delle Città fondate dai Re Sirii , non ebbero mai una durata più lunga della vita de lor fondatori , e forse , se si eccettui Antiochia sul- I Oronte, Seleucia sul Tigri, non ne rimane una sola esistente... ......... L' Alessandria di Egitto dopo esser sopravivuta alle moltiplici rivoluzioni degl’ im- peri per 48 secoli, non cadde che in seguito di una scoperta , che cangiò tutto il sistema del commercio sulla faccia del globo. » E bene osservasi dal Cantù,

che Alessandria fondata da Alessandro , fu campo alla

credere, hanc videtur invenisse in Mithridatis supellectile , quam ille in bonis Cleopatrae a Cois acceperat » De dellis Miuhridat.

P.

341. Lugd.

(64) Viaggio dall’ Indo all'Eufrate di William Vincent, tradotto

da Billecoqne p. 7. Paris an. VII.

Re più sublime idea, al centro intellettuale del vecchio oriente, e del mondo Romano per la Scuola Alessan- drina, dalla quale i raggi lucentissimi del sapere eter- narono la grandezza del suo fondatore. (65) A che sca- gliarsi adunque alcuni scrittori contro questo genio ? Valga però per lui quel che lasciò scritto l'Arriano (66) non bugiardo ; storico adulatore. Se tanto uomo fosse stato riprensibile dopo la battaglia di Arbella, dirò col- l'annotatore al quarto libro del Curzio, adesse nempe in omnium fere illorum triumphatorum vita , fatale quoddam tempus. <# La fondazione di Alessandria è tale per sola un monumento da far grande qualunque uomo. A Diodoro Siculo, a Giulio Valerio , o Pseudo Callistene special mente, a Strabone, dobbiamo le notizie le più circo- stanziate di tale Città, che secondo Giasone Argivo (67) nommnabitur Alexandria etiam Rhacotis et Pharos et Leontopolis. Hoc propierea, quod Leomis signo Olym-

(65) Biograf. d'Alessandro Docum. v. unico.

(66) « Qua propter quisquis Alexandrum incusat ac vituperat , » is non ea solum quae vituperatione digna sunt afferens vituperet, sed omnia ejus facta in unum cumulum congerens, ita demum » secum reputet, quis ipse et quali forluna usus ad cujus ac » quanti principis accusationem accedat , qui ad tantum humanae » felicitatis fastigium evasit, ut utriusque continentis ( Asia et Eu- ropa) rex citra ullam controversiam fuerit nom enque suum per » universum terrarum orbem propagarit : cogitetque iste quisquis » est accusator quan cxilis ipse sit, quamque in exilibus parvique » momenti rebus laboret , ac ne illas quidem ipsas decore confi- » ciat. » Expedit. Alexandr. lib. VII. , c. XXX. Didot,

(67) Fragment. Didot. p. 160, 2.

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piadis venter obsignatus fuerit. Più diffusamente ne avea parlato lo Pseudo-Callistene, pel quale il Muller nella introduzione a tale opera ( p. XXI. Didot. ) dice Alterum caput quod Alexandrinum auetorem eccelen- lissime prodit , de originibus urbis Alerandriae. Quod ulimam integrum ad nos pervenisset. Tacito nel quarto libro delle Storie $. 83 fa motto di Racoti come luogo antichissimo ed appartenente ad Alessandria, e del si- mulacro famoso variamente inteso, ma dai più Serapide, ivi trasportato da Sinope. Fratanto un bellissimo mo- numento , la Coppa preziosa del Museo Borbonico, da tutti veduta, da moltissimi illustrata; profondamente in- terpretata dal Jannelli, per questo vassi a compiere il voto in parte delle storiche descrizioni di Alessan- dria, e del suo fondatore, risultando chiaro dalla illustrazione dello stesso , come in quell’Anaglifo sia espresso Alessandro con piccola Clamide , con istru- menti e in atto di designare la città famosa. Su tale interpretazione ritornerò nella parle mitica del bassori- rilievo Pompejano, come per la descrizione della Città dirò al principio della detta parte. Dopo tali digressioni rivenendo alla Clamide, dicui vedesi ornato il giovane ca- valiere semplicemente e senza altra veste, non debbe sor- prendere, mentre i he Macedoni non usavano pompa, unico distintivo l'armatura, ed ognuno poteva salutarli col ba- cio in fronte (68) ; la qual cosa addimostra la patriar- cale famigliarità dei Macedoni.

(68) Cantu Race. Fpoc. AT,, Stor. de’ Maced. Arrian, exped. Alex, VII. Cap. XI, 5. Didot, conferma il bacio, marrando essere

RR E siccome il giovane eroe è a cavallo con gambe e piedi nudi, devesi riferirlo al macedone costume, (69) indipendentemente dal gusto degli artefici Greci e dal genio di ritrarre gli eroi ignudi. (70) Or se confron-

stato accordato da Alessandro ai suoi soldati Macedoni umiliati nel- le Indie, dopo le preghiere di Callino « Omnes vos, inquit, cogna- tos mihi facio, ac deinceps ita vocabo. His dictis, Callines progres- sus eum deosculatus est, aliique, quibus id cordì fuit. »

(69) Plutarco vit. Alex. Cap. XV. narra « Ipse Alexander, oleo uncius cum sociis circum Achillis statuam, uli moris est, decurrit nudus, eamque coronans elc. »

(70) Il Visconti nella sua lettera a Donon sul costume delle anti- che statue , ci avvisa, che gli scultori greci impiegavano gli abbi- gliamenti, che risalivano ai più antichi per li ritratti eroici. Se- condo questo massimo scrittore, seguivasi da essi un costume idea- le; perchè Achille, Giasone presentavansi nudi, malgrado le opere di scultura in nudo, che di lor si hanno. Così anche a Roma, la statua di Pompeo, che ancora esiste, e che da taluni si è asserito esser somigliante nel volto ad Alessandro ; era con essa rappresen- tato nudo, come gli altri Imperatori Romani. Quelle di Pindaro, di Euripide, di Demostene, di Aristotele etc. , non hanno che un gran mantello greco gittato in un modo pittoresco sul corpo nudo. Gli antichi, secondo il dottissimo archeologo , adoperando orna- menti nella scultura , lo facevano per decenza, o per emblema ca- ratteristico ; pel primo motivo davano una Clamide ad Apo/lo ; un'altra a Ma/eagro, a Giasone, a Ganimede, ne davano una pic- cola a Mercurio, e per renderle caratteristiche le facevano piccole, sicchè come quella di Je/eagro ha rapporto all’abito di cacciatore, il piccolo pezzo di mantello su Ja spalla sinistra di Pompeo e di Marco Aurelio significava, che il personaggio benchè nudo , era riputato abbigliato. In tal modo, secondo la teoria del Visconti, io credo, che la piccola C/amide gittata sul corpo nudo di A/essandro, significasse la necessità in lui di essere sbrigato, e sgombro da ogni imbarazzo nel dover cavalcare e domare il feroce Buce-

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560 tisi il nostro bassorilievo con quello interpretato dal Vi- sconti (T4), vedrassi che ivi Alessandro è a cavallo bat- tagliante, nudo , meno dove la decenza il vietava , co- verto di cimiero in luogo di Causia , differenza ben ra- gionevole per la diversa azione rappresentata dai due bassorilievi, ed avente in mano l'asta, mentre nel nostro la frusta o flagello. voglio trascurare, che il Cav. In- ghirami ritiene la nudità come simbolo di divina natu- ra (712), ma di ciò più a lungo nella parte mitica. E con- getturo, che il nostro bassorilievo, originale, 0 copia, sia disegno del grande artefice Lisippo, come opinò Visconti per quello da lui interpretato (73), perchè Lisippo effig- giollo a cavallo , come pure a cavallo dipinselo Apelle , secondo Eliano. (74) E Lisippo fu pur l'autore delle 25 statue in bronzo de’ prodi, 1 quali dopo la battaglia del Granico furono degnali da Alessandro di esserne ricorda- ti, (75) venendo collocate nella Città di Dium in Macedo-

falo. Oltreche ta piccolezza della C/omide del nostro Alessandro riassumer potria la caratteristica celeste e solare, come esaminerò a suo tempo. Confr, Boettiger Opusc. p. 274. su le C/amide ete. Dippiù i giovani ( Visconti op. cit. vol. 3. p. 60) che altendevano il loro turno nei portici delle palestre, erano seminudi .... I Greci ed i Romani ebbero lungo tempo l'usanza delle gambe ignude.

(71) Oper. var. t. NI, p. 63 tav. II.

(72) Monumenti Etrus. v. II. p. 477.

(73) Oper. var. 1. II.

(74) Hist. var. L. II; p.I1l.

(75) Arrian. I. c. XV. Horum aeneae statuoe in templo Iovis sunt erectae , quas Lisippus Alexandri iussu finxit, et Alexan- drum ipsum.

nia, donde furono rapite dai Romani, (76) insieme a quella d’Alessandro; alla quale per depravamento romano , a dir di Plinio, (77) Claudio Imperatore fece adattare la lesta di Augusto.

Non debbe recar poi maraviglia nessuna, che l'eroe a cavallo al Bucefalo abbia in alto levato il flagello in atto di sferzare , sol perchè non vedesi narrato averne egli adusato, dicendo gli storici, che Alessandro avesselo do- mato sine verberibus. Ma Arriano, Curzio, Plutarco ete. non dicono esserne stato privo, e laddove si fosse verifi- cato, lartefice sarebbe stato addebitato di poca cono - scenza delle regole di equitazione , troppo note in un paese, ove il feudalismo , epperò l'età cavalleresca , non era termine ignoto, e tali regole ci sono state conservate dal Polluce. la Corte di Filippo , ove i più belli ca- valli erano addestrati, lo costume, la passione ca- valleresca de’ Macedoni ; le richieste, se dobbiam cre- dere allo Pseudo-Callistene, e le istanze di Alessandro a Filippo per aver cavalli, ci mettono al garbo dubitar- ne. (78) Se per avventura Alessandro non avesse fatto

(76) Vellej Paterc. lib. I, cap. XI. Cfr. Plin. Hib: XXXIN, cap. XX.

(77) Hist. Nat. XXXV. c. 37.

(78) « Sed Alexander quintum et decimum ingressus annum, » exploralo temporis opportuno , cum veniam e paternis auribus » pignerato osculo impetrasset, precario petit ut sibi Pisas apud » Olympia certaturo iter largiretur » et quid, inquit, laboris vel » artis genus est, quod tibi ad certamina praeparatur ? Neque » enim reor non regum te nominis memorem hane gloriam et » pivisse. » Tum ille quidem quae sint parum liberalia munera re- » futat ac negat, pugillatus scilicet atque Iuetalus et quae vitem

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uso del flagello nel domare il Bucefalo, non evvi ragio ne a dubitare, sol per questa parte , su la convenienza di quel che è narrato dellAlessandro senza flagello con l'Alessandro che ne va armato. Chè ben avria potuto es- serne apposta menda allo scultore , ritratndolo senza idealizzare il costume, e la necessità in un giovane av- viato alla gloria cavalleresca di avere il flagello. Ales- sandro anelava il momento di vedersi dominatore del Bu- cefalo famoso. E riflettendo al modo come egli lo fece, sulla scorta de’ migliori storici , quali Plutarco , ed in questa parte Curzio, la proposizione sine verderibus, ci il campo a supporlo armato di flagello , mentre la negativa equivalendo al non averlo fatto per ferocia dell'animale , ci mena alla positiva, di aver la frusta, della quale non usò, essendo il Bucefalo in tal grado, ne’ primi momenti, di non sentire freno, flagello, sproni; e pertanto i mezzi cavallereschi furono da Ales- sandro a grado a grado adibiti. (79) L'atteggiamento inol-

» cestibus, sive cursu plebiculam juvant. » Erim vero, inquit, » quadrigis ut certem. » Sedet patri professio adolescentis et « K- » quos, ait, ad hos tibi usus jubeo protinus doduci de quibus tibi » ad votum proclivitas fiat: neque enim improbo hujusce desiderii » gloriam. e Tune filius : » gratiam cquidem tibi, pater, hujusce » muneris facio : habeo quippe equos quos exacta tutela recenti » ad haec mihi studiosius praeparavi. » Pseudo Callysthenes Di- dot. I, XVII. in lat. traduzione, come credesi ( vedi l’Introduzione del Muller ) di G. Valerio. Nell'edizione del Mai manca il princi - pio, del pari che il racconto del Bucefalo domato da Alessandro di 14 anni.

(79) Vedi le citazioni e i Iuoghi rapportati appresso al Capit. M.Part il.

tre di Alessandro sul cavallo col flagello in alto di sferzare mi ricorda il pronique in verbera pendent di Virgilio, e iversi di Stazio ( Tebaid. VI.) sul cavallo di Adrasto

Ma poi che domo fu l’ardor degli anni Ebbelo Adrasto in dono e lo reggea Con dolce freno , con destrezza ed arte Ed or lo presta al genero Tebano Gli addita i modi, onde il destrier s’inaspra E quelli ancora onde si molce e placa : » Nol batter, dice , e sii del freno avaro.

Ma ora esaminiamo meglio , se l'ideale di Alessandro corrisponda appieno al nostro bassorilievo, e questo con altri monumenti, che han nome di essere appartenenti ad Alessandro Macedone , e a quelli di coloro che nell'alta antichità furono riputati di persone che volevano , o cre- devansi simiglianti ad Alessandro.

Riducendo a sintetico quadro le qualità fisico-morali dell'eroe, vanno esse riepilogate nella bellezza , nella bontà, nella fortezza e sapienza, alla quale non fu straniero , e mille titoli ne sono rimasti perchè l'uma- nità gliene abbia gratitudine. I rimprocci ond'è caricato talvolta han troppo fiele, e la gloria di lui non si scolora per umana imperfezione. (80) Aristotele avea

(50) Il Michaud nella sua storia d'Alessandro l'accusa troppo fieramente, dicendo « dal seno della voluttà Alessandro ordi- » nava la morte o versava egli medesimo il sangue de’ più va- » lenti suoi capitani. Stato fino ailora sobrio e temperante quel- » l’uomo che aspirava ad eguagliare gli Dei nelle sue virtù, che » predicava se medesimo un Iddio, invilì a segno da eguagliare » i più abbietti de’ mortali, rompendo a tutti gli eccessi dell'in- » temperanza. » Aveva scordato forse il Michaud, scrivendo, la

ida messo nel suo cuore tanta virtù , da esser degna del più grande maestro (81), e del più illustre politico e capi-

magnaminità di Alessandro verso la famiglia del vinto ed abbat- tuto Dario, e la più strenua moderazione e rispetto verso la sposa di lui, e le sue figliuole ? Virtù ammirabile in un conquistatore giovane ; virtù tradizionale ed incomparabile! Dove dunque la voluttà? 24 corporis voluptates neque facile alliciebatur et modice admodum iis utebatur. Plutarc. Alex. vit. IV. Avea scordato lo storico, quante volte Alessandro avea condonate le ingiurie , sprez- zate le congiure, perdonati i delitti? Dove l’intemperanza ?_Mi- nus quoque quam existimabatur vino fuit deditus ...... mon enim illum , ut alios imperatores vinum non somnus , non ludus , non nuptiae a rebus gerendis detinuit. Idem XXI. Confr. Visconti Iconograf. Grec. Tom. II. p. 42. ediz. fr. not. 2.

(81) Alessandro ebbe molti maestri , ma il più grande Aristo- tele, al quale, nascendo Alessandro, Filippo suo padre scriveva, « Certiorem te facio, filium mihi genitum esse; nec perinde diis » gratiam habeo , quod omnino natus est, quam quod , te flo- » rente, nasci illum contigit, a quo educatum institutumque , » neque nobis indignum spero evasurum, neque successioni tan- » tarum rerum imparem. Satius enim existimo carere liberis , » quam opprobria majorum suorum tollentem, in poenam ge- » nuisse » I. Freinshem. Suppl. in Curt. 1. i. p. 5. Lemaire. E lo stesso a pag. 9. « Nec abnuit vir doctissimus , quum in- » telligeret, quantum esset a principio recte instrui multis im- » peraturum; frustraque contemni pro parvis , sine quibus ad majora profectus non esset. Variis deinde magistris , ut alius alia arte excellebat usus, non modo mentem egregiis implevit » disciplinis, verrm etiam corpus omnis generis exercitalionibus, » ad usum bellorum , et patientiam laboris edomuit etc.

« Postquam deinde actas et ingenium paullisper, adolevit, jam- que severioribus studuis idoneus visus est, revocatum , qui » apud Mitylenaeos agebat, Aristothelem continuo secum habuit.... » cognoscendae rerum ( Diog. Laert. in Aristot.; Plutarc, Alex.

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tano. Certo il gran filosofo di Cheronea, che non l'ha risparmiato di rimproveri, come di elogî, qualunque il giudizio su lo scrittore, che vuolsi passionato lodator de Greci, conobbe la grandezza di lui, quando disse Non enim latrocinio Asiam incursare , aut insperatae fortunae dono praedas et spolia rapere meditatus , quo modo postea temporis Italiam Anmibal et priscis temporibus Treres Joniam , ac Seythae mediam popo- lati sunt , sed omnes terrae populos uni subiicere im- perio uc reipublicae formae omnes homines in unum populum conducere cupiens, hoc modo se se compo- suit. Ac misi tam celeriter genius qui animum Alexan-

» 11.) naturae tanto avidius incubuit , quanto pertinaciore spe » imperium universi orbis pracceperat. »

Il S.t Croix ( p- 203 op. cit.) non avendo discreduto, che Alessandro fosse andato soggetto al desiderio delle adulazioni, ha creduto eziandio che Aristotele ne fosse stato capace pel suo al- lievo ; senza ricordarsi forse di quel detto di Terenzio « Homo sum, humani nihil a me alienum puto » appoggiandosi a Ter- tulliano , ed al Runchenio, e non bene interpretando una frase di Aristotele, corretta dal Visconti; v. Iconogr. Grec. t. II. pag. 42. Alessandro fu gratissimo al suo maestro , tal che ripe- teva « non minus se debere Aristoteli, quam Philippo : hujus enim munus fuisse , quod viveret , illius quod oneste viveret » e fullo ancora Aristotele, e per le ingenti somme ricevute per l'aumento della scienza , e più di ogni altro per la riedificazione di Stagira, patria del gran Filosofo. Senza Aristotele , Alessan- dro non avrebbe conquistato l'Oriente « Fam autem Philosophiae » partem, qnae sibi aliisque probe imperare docet, ita coluit , » ut magnanimitate , prudentia, temperantia, fortitudine, quam » armis et opibus instructior , tantam imperii Persici molem su-

» bruere aggressus censeatur » ( Freinshem. ad Curt. I, , 11. Lemaire ).

dri hue demiserat, eumdem ad se revocasset; una uti- que lex ommibus hominibus propostta fuisset : morta- lesque universi ad umicum jus lanquam communem lu- cem resperissent. Nune ca pars terrae quasi solis ra- diorum expers mansit, quac Alexandrum non vidit. ( Fort. Alex. Or. 1. p. 405. Didot. ) Le mende di tanto genio esiggono che io le taccia (82), essendo di rado scompagnate dalle grandi virtù , delle quali furono avidi, ed oh! quanto meschini imitatori i compagni e successori Suoi.

Se gli Dei avessero voluto , così gli dissero 1 depu-

(82) La crudeltà della quale è addebbitato Alessandro, è smen- tita da Schmieder , e ritenuta per favola la narrazione di quanto, dicesi, avesse fatto, per imitare Achille - Alessandro rispettò i culti, i costumi, e le città ; le distrusse, se non quando n’ era invincibile la necessità. Qual fu la punizione di Demo- stene che tanto aveva imprecato il nome di Alessandro ? Ales- sandro distrusse Tiro ? Se vogliasi accordar fede allo Storico Ebreo, che narra cose forse un inverisimili circa l'incontro di lui con Zeddo, la lettura de Libri Santi, in cui il vaticinio contenevasi della distruzione di quella città famosa {Isaia , XI. 5.), e il dominio de macedoni , il Sogno avuto in Macedonia di figura augusta più che umana, la quale avvertivalo che ad abbattere 1’ Impero de’ Persi , fra poco avrebbelo seguito in Asia (Toseph. Antiqu. XI. $.) da cui non sconviene tanto il S.t Croix nella 2. ediz. della sua op. Examen etc., ed il Sacy ( Chrestho- mathie arabe t. II, n. 6, 209 a 212.) ha riportato il simile racconto di Aboul’Ifatah ; certo Alessandro non fu che l' istro- mento dell'ordine Providenziale. Se poi voglia tenersi conto della ragion politica e conquistatrice, bisognava dare almondo altro centro , nuovo impulso ; quindi Ja distruzione di Tiro , fu una di quelle distruzioni politiche , che metton foce nella grandezza de- gl’ Imperi e degli eventi.

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lati Sciti , ($83) darli un corpo proporzionato all'am- bizione della tua anima, l'universo intiero non potreb- be contenerti; con una mano tu toccheresti l'Oriente , con l'altra l'Occidente. Non saprei concepire orazione epigrammatica più sublime di questa , nella quale la Jaude supera qualunque elogio, nel mentre che il rim- provero fornisce il carattere del più allo ingegno tra gli uomini, pel quale mi sovviene quel piccante detto di Marziale. (84).

Unus Pellae juveni non sufficit orbis Aestuat infelix angusto limite mundi

Ora intorno al suo aspetto Eliano (83) ci dice essere stato Alessandro figliuolo di Filippo bello senza curarlo. Solino, laetis oculis et illustribus. Arriano (86) statura ccrporis pulcherrima fuit, diligentissimus et vehementis- simus magna emim forhtudine praeditus.Freinsemio (87) raggruppando le dipinture di Alessandro , traendole da varì scrittori, ce lo esprime in termini, che non so, se potranno essere rinunziati al mostro bassorilievo (88). Di tal guisa nulla avrassi ad opporre al mio giudizio

(83) Curzio VII. Cap. VIII.

(54) Sat. X. v. 167, 7.

(85) Hist. var.

(86) Lib. 7.

(87) Suppl. al lib. 1. di Curzio.

(88) « In puerilibus membris indomitus eminebat vigor , et exi- » miae indolis argumenta aetatem longe praevenerant. Excellens » nativa et genuina venustate corporis, cultum aspernabatur ; » anxiam fermae curam foeminis convenire dictitans, quae nulla

» alia dote aerque comendarentur. » G

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intorno al marmo ; al quale corrispondono, paragonan- doli, l'Alessandro descritto dal Bottari, quello del Vi- sconti, del gran Musaico Pompejano , di cui tanto dot- tamente discorre il cav. Quaranta , come la Corniola dal medesimo ad Alessandro pure attribuita ; e fra le tante medaglie quella riportata dal Pedrusio , nel ro- vescio della quale vedesi a cavallo al famoso Bucefalo nella stessa mossa e portamento del nostro bassorilievo. Il citato dottissimo Iannelli (89) avea già avvertito , come talora sieno varianti i ritratti di Alessandro , potersi avere in tutti simiglianti, perchè osserva, che anche i moderni Monarchi cambiano talvolta di fisono- mia. Laonde piacemi da mia parte pur osservare, che quando l’assieme delle circostanze del dramma, o del- l'effigie , 0 bassorilievo qualunque , portano a dover ri- correre a quel personaggio , cui sono più conformi ed allusive , conviene ad esse tener fermo.

sarà di lieve momento notare, come una più am- pla, e più chiara idea possa formarsi della simiglianza del nostro monumento con quante notizie e documenti abbiamo di Alessandro , dietro l esame de’ ritratti di coloro che volerono credersi dopo la sua morte a Jui simili fra Greci e Romani, presso i quali le imma-

(89) Nuova illustrazione della coppa preziosa Borbonica pag. 7. Il ragionamento di Visconti ( Iconografia Greca t. II. ) è molto confacente al parere dell’Jannelli. Perciocchè il Visconti osservando a quanto avea scritto l'Eckel sulla diversità delle fisonomie di Ales- sandro ne’ medaglieni, vedea bene che se tutte le medaglie aven- tino il ritratto di Alessandro non tutte ne avessero la vera immagi» ne, qualcuna però dovea averla.

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gini dell’Eroe svariatamente sfoggianti , divennero fin talismani per mente di credula gentilità. E il dottis- simo Boettiger nelle sue escursioni a Terenzio (90) ci avvisa dell'emula gara di parere i suoi successori tanti Alessandri, che chiaro ancor risulta dalla lettura di Plutarco (91); e dal Visconti nell’Iconografia greca pur riconosciuto.

Ma appunto dalla mania de successori di Alessan- dro e de Romani Imperatori di voler essere ritratti si- migliantemente a lui, ricaviamo meglio le sue fattezze, le acconciature, i modi. E dal leggere il parallelo del- l'autore dell'Itenerario citato (92) tra Costanzo ed Ales- sandro non senza adulazione pel primo (93), rileve- remo quanta simiglianza fra i due soggetti nel viso , anche per testimonianza di Ammiano, del quale il Mai nelle sue note al detto Itinerario , reca un luogo.

per tanti monumenti dall'antichità riconesciuli au- tentici e risparsi per tuti luoghi, in Atene, in Olim- pia, in Delfo, non doveasi perdere l'idea della sua fisonomia. Come muoverne dubbio , dopo lAlessandro fulminante nel Tempio di Diana Efesina del valore di 20 talenti d'oro (94) nella quale opera, oltre la mac-

(90) Boettiger zovae edilionis Terentii Excurs p. 265 opuse., il quale luogo più appresso è da me riportato,

(91) Etenim quam praecipue successores ejus complures post, et amici aemulati sunt , vit. Alexand.

(92) Op. cit. p. 11.

(93) Quippe ego tibi Alerandrum dixerim , tute videto. Nom nce blandiri proposui , et nolo videri auribus gratiosus, ubi oculis iudicare de te tuis omnibus lucet Op. cit. &. XV.

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(94) Cicer. in Verrem, IV. Plinio, XXXV, 10,

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stà di un Giove terreno , vedevasi rilevato il fulmine ed uscir fuori della tavola? Della quale pittura gli Efe- sini furono compiaciuti, ed Apelle istesso onoravasane tanto , da dire, esser due gli Alessandri, uno di Fi- lippo invincibile, l’altro di Apelle inimitabile (95) L'i- stesso Apelle avealo dipinto pure a cavallo (96), come ho detto.

Come poi credere , che le medaglie ed altri mo- numenti siano tutli apocrifi, e non autentici, se i ca- polavori Greci passati ai Romani, furono tenuti in gran conto ed immitati dai medesimi? A Roma erano Castore e Polluce con la Vittoria ed Alessandro in una tavola; ed in un'altra la guerra incatenata colle mani alle spalle, ed Alessandro sopra il carro trionfale. Le quali due ta- vole aveva Augusto dedicate nella parte più ragguarde- vole del foro suo; che stimate più da Claudio, ne crebbe gli ornamenti, ma levandone barbaramente il più bello, sostituendo al capo di Alessandro quello di Augusto (97). Quale non dovea essere la preziosità di tale dipinto , e quella dell’Alessandro a cavallo al suo Bucefalo, quan- do la gloria maggiore dell’artefice si fu quella di essere inarrivabile nel ritrarre i destrieri ? 1 soggetti eroici con- venivano al talento di Apelle, sopratutto i ritratti trat- tati, e concepiti in modo grandioso , cui appartenerono , e de Gene- rali. Nel rappresentare Alessandro fulminatore , cercò

quei numerosi di Alessandro , di Filippo

(95) Plutarch. Or. IT. Vir. Alex. (96) Aelian. Var. Hist. Il. c. 3, (97) Turneb. lib, X., II. adyers,

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pingere il tuono , probabilmente e come scena della natura , e come personificazione mitologica. Stupendemente e svariatamente ritratto Alessandro da altri artefici, quali Eufranore, Protogene, Lisippo (98), i loro capolavori ricordati e descritti non lasciano dub- biezza della simiglianza del ritratto del nostro bassori- lievo con essi, e co’ monumenti rimasti ad Alessandro rivindicati. Dal loro. complesso , e dal più scrupoloso eonfronto che venisse istituito con lo storiche memo- rie, l'ideale dell'immagine del Macedone non sarebbe

(98) Euphranor primus videtur expressisse dignilates Heroum._ ( Plin. XXXV. 40, 25. ) Zysippus fecit et A'exandrum m. mu'tis operibus a pueritia ejus orsus, Imagines summa omnium similitudine expressit. Plin. Hist. Nat. La testa con elmo, e pendente d’una maniera tutta particolare della statua d'Alessandro con lancia ci è stata conservata nelle monete de’ Macedoni dell’epoca degl'Impe- riali. ( Cousinery Voyage dans la Maced. T. I., pl. 5. n. 3, 9,8, alla quale corrisponde quella di Gabbio) Visconti Monum. Gab. 23. ) simile) a quella del Louvre, n. 684 etc. Il busto del cavaliere Azara ant. del Louvre, 132, è riguardato generalmen- te come un ritratto fedele di Alessandro , come pure la statua del Bottari, la pietra incisa da Pirgotele , come si è visto con l'autorità del R. Rochette, cui può aggiungersi il ritratto del Gran Musaico Pompeiano, checchè ne abbia pensato il sig. Pan- caldi nella sua illustrazione recente di tal monumento ; ai quali può , a giusto titolo, annoverarsi il nostro bassorilievo, cui con- vien dire opera o copia di Lisippo , il quale più che tutti si di- stinse, in modo che del Bucefalo da lui fuso in bronzo, Stazio disse ( Sylv. I. l. 84.)

Cedat equus qui contra templa Diones Coesarei stat sede fori, quam tradere es ausus Pellaco Lysippe , duci.

= al certo equivoco difforme ai monumenti di esso ri- masti. (99) Quindi per tutte le sudette opere Greche trasportate a Roma , come poteasene perdere l'idea , anche per la moltiplicazione dello loro copie ? Oltre che non puossi assolutamente dire nessun ritratto es- sere a noi pervenuto; e tutto mancando, avremmo le me- daglie. E quando queste fossero tutte apocrife (la qual cosa, parmi impossibile a sostenersi, poichè in una nota del Tom. II. Cap. II. dell’Iconografia Greca del Visconti, trovo che l'illustre Scrittore ricorda la mara- vigliosa copia di metalli preziosi rinvenuta da Alessan- dro nel Tesoro di Dario , fatta ridurre a moneta co’ tipi suoi, © la superstiziosa serupolosità a non distruggerla presso i successori; onde la immagiue di lui dove rima- nere e trasmettersi fino a noi. E Jeggendosi le diverse opi- nioni di Eckel, Leblond, Visconti, Cousinery, di Fau- vel ete. nell’atlante di Chaussard ( traduction d’Arrien Paris 1802) : e vedendosi come chiaro risulti, non es- ser noi rimasti del tutto privi di veri ritratti d'Ales- sandro, non sarebbe il presente bassorilievo piena- mente conforme all’ ideale storico dell'Eroe ? E l'ideale che ci formiamo della fisonomia di esso , anche annul- lando qualunque monumento a noi pervenuto , non sarà sufficiente a stabilire , che il bassorilievo appartenga a quel grande, mentre vi troviamo i suoi caratteri , 1

(99) Sento che il chiar. Minervini da poco abbia letta una me- moria che tende a ravvicinare e confrontare i diversi monumenti di Alessandro. Sarebbe util cosa , che presto il suo lavoro ve- desse la luce, del pari che le dotte discettazioni dei chiarissimi cav. Quaranta, Cirillo , e P, Secchi sul gran Musaico Pompeiano,

di {Yi suoi distintivi , l atteggiamento , il vestire , e l’azione storica irrepudiabile? Siano o no veri gli altri ritratti, la loro equivocità non toglie luce al dramma del nostro bassorilievo. Ma lo stesso è simigliante alle immagini de’ varì Principi ed Imperatori , di cui non è equivoca Y autenticità. E tali ritratti dottamente illustrati dal Visconti ci ricordano Pirro , Lisimaco , Demetrio Po- liorcete, Filippo Figlio di Cassandro , le cui medaglie ci presentano costumi , usi simigliantissimi a quelli di Alessandro; e ciò per boria di discender da lui, o per derivazione da Ercole (100). E fra i Romani Pompeo,

(160) Delle riflessioni eruditissime sono state fatte dal dotto Boet- tiger su tal punto (Specimen nov. edit. Terent. Excurs, 1., Opusc. edit. Sillig. p. 264) Moito acutamente egli pensa , che Menan- dro avesse nelle sue scene non alluso a Pirro, ma ad Alessan- dro il Macedone. Vero, come dice il dotto Scrittore, che Pirro fosse abbastanza conosciuto, « sed nondum ita inc'aruerat, » ut Menander, in scena attica militem gloriosum ejus exemplo » se venditantem traducere posset. » Indi più sotto « Aut egre- » gie fallimur, aut Menander miles ad magnum Alexandrum » egregium utique aciei instruendae artificem , facinus suum re- » tulit. Fecit Menander milites cum Alexandro se se comparan- » tes; «Ml "Aletaydp@des #9 rosro laudavit Plutarchus e Menan- » dro in vita Alex. C. 17. T. IV. p. 274 in fragmento..... » Et sic in hac ipsa fabula, quam transtulit in Eunuchum Te- » rentius, in Colace, militi, qui capacissimis poculis ingurgitasse » se in Asia gloriatur, subiicit alter ’A)st4vd;0v mià:0v reroras » apud Athenacum X. p. 434. C. ( Bentlei in emendat. ad Me- » nandr. religu. p. 37.) Nec mirum hoc videri debet cogitanti- » bus, quod ex historia, illorum temporum inter omnes con- » stat, quanta aemulatio incesserit dx30yovs , et omnes om- » mino duces post mortem Alexandri, ut illi fortitudine, magna- » mimitate, imo vitiis eliam, vultu et corporis specie similes

Le Alessandro Severo , Costanzo , Caracalla (101). Non so poi come debba rinunziarsi l autenticità all’ Alessan- dro a cavallo sul Bucefalo in bronzo del Real Museo Borbonico , ed alla statua dottamenre illustrata dal Bottari, nel Museo Romano. E nella statua medesima, e nell immagine del nostro bassorilievo ricorre tanta si- miglianza , avuto riguardo all età dimostrata dall'una, da quella dell’altro , essendo che nel bassorilievo ap- pare giovanissima , perchè di 14 anni Alessandro do- il Bucefalo , da vedervi la speciosità del volto, la sveltezza del corpo , la non alta statura , per la quale vienmi a memoria il racconto della mensa di Dario (102), la nobiltà del portamento , la dolcezza ad un tempo , ed il fulmineo degli occhi , che il Freinsemio espresse

» haberentur. Hinc spiritus sumslt ipse Pyrrus, a Macedonibus » Alexandco collatus apud Plutar. V. Pyrr., et oris lineamentis » illis similes esse cupiit. » Vide lepidam histor. apud Lucian. Advers. Indoct. c. 2f.

(101) Caracalla che avea abbandonata Alessandria al saccheggio della più inaudita crudeltà, volle alla crudeltà accompagnare la più stolta ed insensata immitazione del fondatore di essa , sicchè fece moltiplicare da per tutto le statue, e fece eseguire delle imma- gini a due facce di stesso e di Alessandro. Herodianus IV., 8.

(102) Consedit deinde (Alexander) în regia sella, multo excelsiore quam habitu corporis. Itaque pedes quum imum gradum non contin- gerent, unus ex regiis pueris mensam subdidit pedibus: et quum spa- donem , qui Darii fuerat, ingemissentem conspexisset rex, causam maestitiae requisivit. Ille indicat, Darium vesci in ea solitum, seque sacram eius mensam ad ludibrium recidentem sine lacrymis conspi- cere non posse. Subiit ergo regem verecundia violandi hospitales deos. Iamque subduci jubeat, quum Philotus : « Minime cero haec feceris, rex, sed omnem quoque accipe ; mensam ex qualibavit ho- stis epulas, tuis pedibus esse subiectam » Curt. V. c, II.

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coll’ inerat autem ipsis occulta quaedam vis. Laon- de, non ho creduto adottare la comune espressione, il forvo degli occhi, parendomi, che wogsgos sia più ap- partenente al carattere morale , leggendo in Plu- tarco ( vit. Alex. ), che l'Eroe Macedone fosse stato formidabile , ed implacabile nella punizione de’ delitti «’Hdn d:' nz qofepòs Av nai arapatintos no)zoras tav minus - 2ovvrov » vorrei accettare tanto volentieri il detto da Ellanico, che Alessandro di {orto cipiglio si fosse; chè la frase del prelodato Biografo ( vita Alex.IV.) «x 14% 076. nta to dapdroy , è dal Muller (man. d'Archeo. f. 333 ), spiegata per dolcezza , attrattiva che incatena i cuori, in modo che davasi a Venere, come ad Alessandro. I Romani tradussero vypoy Paetus, Suppaetulus, la cui si- gnificanza portata al più alto grado, indica lo Strabismo. La varietà nell’intendere tal lezione, avrà potuto contribui- re a dicharar torvo l'occhio di Alessandro. Lo stesso Plu- tarco ( vit. Pomp. IL. Didot. ), parlando della fisono- mia, e del volto di Pompeo, chiamato per ludibrio , Alessandro, per una famigerata , e forse non vera, si- miglianza col Macedone, dice degli occhi del Duce Ro- Mano , nal 6% mepi rd Supra pobudy vyperns CIC. , oculo- rumque molliliem atque conversiones faciei similitu- dinem ete. Lo Xilandro vuole la voce v7#°* molle , flexile; unde arcum, Theocritus vegas vyròv dixit. Da ciò ben vedesi, che il molle e il flexile possono rispondere alla dolcezza dello sguardo , ed all'attrat- tiva di esso, che sono formate da certi movimenti degli occhi, da cui la ingenuità , e la non discove- nienza col fulmineo , dipendente, questo specialmente,

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e Di dalla fissazione, e massima prestezza de’ movimenti, che per tal riguardo spiega , ed accostasi al paetus, e suppaetulus de Romani, e forse corrispondente alla voce ‘Ouparsadiosza presso Esichio p. 194; vox observatu dignissima, ac si diceres, oculos spicula vibrantes.

Vi ha poi differenza nell’acconciatura de’capelli, essendo quelli del Bassorilievo Pompeiano ricci e corti, Ja cui ragione sarà discorsa nella parte mitica ; vedonsi on- deggianti e raggianti, come in una statua di Alessandro qual Fondatore d'Alessandria (Libanio Ecphr. t. IV. p. 4120); ed era ben naturale, perchè voleva farsi Dio Supero , come vedremo.

La conformazione del naso nell'uno e nell'altro monu- mento non mostra discrepanza. Al Visconti sorse il dub- bio sulla lezione de Classici Greci intorno alla forma di esso, non credendola aquilina , ed io vorrei confor- marmivi, notando che nella statua equestre dell’ Ales- sandro del Bottari, e nel nostro bassorilievo , il naso non la possegga, qualunque siano le contrarie opinio- nm, e ciò forse per l'intelligenza diversa della voce vroypoos adoperata da alquanti Scrittori Graeci, e che il Visconti spiega per leggermente curvo al mezzo, che certo non è lo stesso di aquilino ; quantunque nel no- stro bassorilievo in tal parte faccia travedere leggera mancanza, pure il rimanente non campo a contra- ria sentenza. forma aquilina rimarcasi ne’ ritralti e bassorilievi dilucidati dal Visconti e da altri.

Aristotele nel trattato della fisonomia ( p. 120) pa- ragona il ypvasv al profilo dell'aquila, l'eriypvrov @ quello del corvo : ora il corro non ha posseduto mai

IRR penso il naso così detto aquilino ; e però vorrei la forma no» male nel naso del nostro bassorilievo , cioè quella che sta fra il yponov, aquilino, ed il so, pialto , for- ma dispiacevole ai Greci nell'età adulta , e ritraente la fisonomia barbara ; sebbene in qualche modo grade- vole nell'infanzia ; del quale gusto dobbiamo averne ra- gione , essendo il bassorilievo appartenente ad un gio- vane di quattordici in quindici anni , e quindi, secondo i precetti dell'Arte Greca ( Muller M. d’Arch. $. 333 ) in uno stadio di vita, in cui gli Artefici Greci carez- zavano le forme medie , talvolta piatte, come ai Greci piacenti nell'età infantile. E difatti, coerentemente a ciò, abbiamo dalla lezione dell'Autore dell’Itinerario Pespres- sione di forma subaquilina in Alessandro , dunque me- dia, e presso che della forma normale , quale appa re nel nostro bassorilievo. La differenza fra il varo», aquilino , e Vsrrypvroy y subaquilina, ossia normale, è più rimarchevole , perciocchè negli apoftegmi di Ciro presso Plutarco (Ep.293 Didot. ), discorrendosi del naso di Ciro, dicesi aquilino , e perchè tale, bellissimo per li Persiani, che tal forma bramavano , e nel testo greco è adoperata la voce ygoro» , voltata dall'Adriani nel- l'italiano aquilino.

Non voglio tralasciar riflettere, che l'aspetto del gio- vane Eroe possiede i caratteri del vero profilo greco, che nasce, come nota il Muller nel luogo citato, dal tratto non interrotto , formato dalla linea della fronte e del naso, al che può convenire in qualche modo l'an- golosità faciale , la qual cosa avrà potuto far sorgere idea di Zeomino nell'aspetto di Alessandro ; per cui

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dall’ Autore ricordato dell Itinerario è detto ipse visu arguto. La qual cosa può esprimere il carattere energico secondo il citato Aristotele (Physiogn. Cap. 6.) E dal- Yaver detto Plutarco (Fort. Alex. lib. IL., 2. ), che diversamente da Lisippo ; reliqui inclinationem cervi- cis, oculorumque renidentem volubilitatem imitari vo- lentes, masculum ejus leoninumque vultum non ser- vabant la mia opinione n'è confermata.

Non vorrà addebitarmisi la facilezza nel conchiudere dalle addotte cose, che il giovane che stassi a cavallo su l'indomito destriero , abbiasi a dichiarare franca- mente Alessandro il grande ; la quale mia conghiettura passerà, forse, a certezza, dopo che il lettore avrà avuta la benignazione scorrere il rimanente di questo mio lavoro , e dopo che avrò dimostrato , che il cavallo sia il Bucefalo, su di che verseranno le mie ricerche nel seguente capitolo.

CAPITOLO II, SUL BUCEFALO DOMATO DA ALESSANDRO

‘O Didtraros irouynobete to Ypnopod e Vdws amnvinoe 15 A- detaydpo usî nordicato aùrov si- may. « Xaipors,"AdeCaydpe nocpos MpaTop. »

Pseupo-CALLISTHEN. Lib. I. 17.

Se l'aspetto , e il vestire del giovane a cavallo fanlo dichiarare Alessandro ; il cavallo medesimo per Ie sue forme convenienti al Bucefalo, rafforza e assolve da qualunque dubbio. Conciosiachè 1 grandi uomini si an- nunziano sempre al cominciamento della vita sociale con grandi atti, da cui la fantasia de’ contemporanei sia fissata con modi sorprendenti, non equivoci, e con tale arditezza , che i più chiamano fortuna , e che meglio potrebb'essere appellato Onpime, Provinenza: Sed reclius dicitur ( fortuna ) gustitiae et Suadae soror, ac pro- videntiae ( Plut. de Fort. Rom. IV. ) E sul poco cal- colo della fortuna ben può vedersene la pruova, dal dire Plutarco ( Fort. Alex. M.) Parum abfuit quin fortu- nae culpa Alexander desineret Ammomis filius haberi. Or questi grandi sorgono come meteore sfavillanti che abbagliano di luce straordinaria la terra, avvolta per lo più, al loro apparire, fra scene di colluttazioni, fra rimescolamenti, e nelle agitazioni di un vago, che mano trapotente con genio superiore debbe fissare e farne

—. ARI escire nuovo disegno , ed altri sociali sviluppamenti , comunicanza di civiltà, immegliamenti , immettendo tutto un popolo, e spesso l'umanità tutta nella via segnata dall'ordine Providenziale.

Tale ministero esso assegnava all’Eroe Macedone, che sorto fra due civiltà , la Greca, e L'Orientale; la pri- ma diffusiva in grado superiore; la seconda decrepita e corrotta in mano de’ Satrapi, attendeva da lui il mi- racolo di una nuova via,, per l'energia de’ concepimenti, e pel genio della conquista. La Grecia aveva a rinfran- carsi di molte onte recatele dai Persiani. (103) E fu desiderio di tal vendetta, che condusse i suoi figli al Granico e ad Arbella. Ma la Grecia snervala da par- liti, stordita fra le declamazioni di Demostene, e i di- segni di Filippo, non avrebbe potuto trionfare senza l’e- nergia di un popolo nuovo, giovane, e senza un uomo che non fosse della tempera di Alessandro. Con questi due elementi gittossi sui campi orientali e vinse; e le

(103) « Persis a Graecis armis esse aggrediendos et ullum cun- dem esse iniurias ab iis Graeciae illatas, a multo inde tem- » pore demagogorum clamoribus fuerat persuasum; perstrepiît ta - » libus clamoribus Panegyrica oratio Isocratis; Philippus rem » facile successuram esse intelligens ex perspecta imperii Persa- » rum ignavia ( v. Polyb. II., 6., 8. sequ. ) belli apparatus » providerat. Ab his initiis progressus est Alexander ad liberan- » das Asiae urbes a Graecis habitas , Persasque ab omni Grae-

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» ciae invadendae consilio in perpetuum abalienandos. » Heyne Opus. vol. VI. Excurs. de Alexand. magno id agen. ut tot ter- rar. orb. mut. commerc. iungeret p. 356. Confr. Curt. 1. 5. nel vivo quadro dallo stesso dipinto de’ quattro mila Greci che presentaronsi ad Alessandro , dopo aver vinto Dario , per cui non regge l'animo all'inudita crudeltà persiana,

ii arli, l'ingegno Ellenico si fusero in Oriente, e ricam- biaronsi i doni; ed Alessandro adempì i disegni della Providenza.

Giuliano soprannominato l'Apostata fece opera argu- la, grave, di stile nobile e semplice , intitolata 1 Ce- sari, nella quale finge un convito, in cui non vuol che manchi tra i Romani neppur Alessandro, per conten- dere ciascuno sul grado di gloria ottenuto dagli uomini; ed astutamente facendo ad ognuno arringare la propria causa, pone in bocca di Cesare invettive e rampogne contro Alessandro, del pari che in costui le sue giustifi- cazioni. Senza ripetere che un simigliante pensiero fu an- teriormente manifestato da Luciano ne’ Dialoghi de'morti, mi arresterò al giudizio di Giuliano su questi due grandi uomini, pe’ quali non esito un momento a rigettare l'idea del primate di Cesare sopra Alessandro; in qua- lunque modo amendue grandi; e forse non ben com- presi da Giuliano nella straordinarietà della mission loro.

Egli nella lunga satira, quale puossi considerare la sua opera, non ha tenuta che sempre presente l'idea dei suoi predecessori in uno stesso modo, e beffeggiante. Superbo de’ suoi pensamenti , ingiusto verso Alessandro, e verso lo stesso Cesare da lui sublimato, egli, nella sua critica famosa, scorre le diverse età senza una gui- da, senza una face che gli scuopra il cammino dell'uma- nità, non avendo sentimento religioso che glielo ad- diti, e gli additi la potenza che la muove. Non vede a traverso de’ secoli i disegni della Providenza sugli uo- mini che entro a quelli rifulgono ; ma la calpesta e l'in- sulta, perchè l’anima sua malignata, snervata da pen-

ie siero impotente, e non aiutata da quello che tutto regge e governa, non può innalzarsi, per meditare esatta- mente e travedere lo scopo di questi esseri nobilissimi, cui l'universa gente non ha ricusato il nome di grandi. Non potè senz'essa valutare l'alta missione di Alessan- dro, specialmente, e di Cesare, due monarchi che pre- pararono all’ umanità altri destini, a traverso di due popoli trascinati tutti e due da una libertà invereconda, e di loro divoratrice ; mentre egli agognando, ad immi- tare Alessandro , senza genio , senza virlù, senza cuore, senza religione, dovea per necessità abbassarne il ca- rattere, per parere egli migliore.

Ma perchè Alessandro non fondò un Impero duraturo, potrà dimandarsi, quanto quello di Roma? In Grecia, risponderei, non fuvvi unità d' idea, e quest'era indi- vidua; una coscienza generale e conciliatrice. Roma nel lento svolgersi ne fu capace; amò la guerra, di cui ebbe bisogno ; si ammantò della augusta veste delle leggi; cui aggiunse Ie formole arcane, e severe, e a quella consacrò religione, morale , e doveri, e ne uscì eterna. Alessandro ebbe lidea di un vastissimo Impero, ma si restrinse ad impero d'idee, non men grande e glorioso.

Or come egli fu l'organo immortale di tanta gloria Greca? Nato a Pella, il Padre suo Filippo aveagli pre- parata la via (104), e già l'oracolo avealo salutato della

(104) « Quae temere suscepta a Philippo diceres, summa cum » prudentia, forlitudine et virtute, maiore tamen fortuna , fuerunt » effecla ab Alcxandro ; cujus mirabilibus victoriis maximum in » terris factum Macedonum regnum nomenque, Habuit sane ista,

RESI siraordinarietà , solito modo per esser padroni degli eventi, rispondendosi a Filippo, che voleva conoscere il suo successore, che sarebbelo chi domasse un in- domito cavallo (105), simigliantemente a quel che ri- ferisce Erodoto di Dario , il quale ebbe l'Impero per- siano pel cavallo , che nitrì il primo allo spuntar del Sole (106). E lo stesso Erodeto ci ha lasciato memo- ria della immagine del cavallo fatta scolpire da Dario eon lapide , nella quale leggevasene il nome, ed eravi

» non probandis forte de caussis suscepia, in Asiam profectio, cum » innumerorum quidem homiuum, urbium, provinciarum , po- » pulorum cladibus coniunctas utilitates tamen ad totum genus » humanum incredibiles. » Heyn. opusc. acad. Prolus. X. op. Regn. Macedon. caussae probab, v. IV p. 172.

(105) « Eodem fere tempore Philippus Delphos misit consulens » de successore; responsumque tale accepisse ferunt. Is demum » fuo imperio, omnique orbi potietur , quemcumque Bucephalus » sessorem possessus fuerit Freinshem. » Suppl. in Curt. 1. p. 5. Edit. Elzevir.

(106) « Postero die, quum illucesceret, sex Persae ex con- » vento adfuerunt equis insidentes, et quum in suburbio ultro » citroque vectarentur , ubi ad locum istum pervenerunt , ubi » superiore nocte equa fuerat alligata , ibi Darii equus accurrens » hinnitum edidit; et equo id exsequuto protinus fulgur sereno » caelo tonitruque extitit. Haec quum Dario supervenissent eum » inaugurarunt, tamquam ex composito quodam evenientia ; » nam ceteri ex equis desilientes Darium ut regem adoraverunt. » Sunt qui hoc dicant Qebarem fuisse machinatum ete. »

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ricordato il fatto portentoso, avvenuto per l’'astuzia di Oebaro (107) onde Oppiano >

ar e gia col suo nitrire, Puledro per inganno del Rettore Creò degli asiani Persi il Rege.

VERSIONE DEL SALVINI.

La Tessaglia ricca di pascoli, ove la Tempe fa- mosa per le sue acque, i laghi suoi, le praterie irri- gate e rinfrescate da esse, dava larga pastura a’ ge- nerosissimi cavalli, onde abbiamo da Strabone il ri- ferito oracolo agli Egiesi, in cui era menzione di essi come di proverbiale celebrità

Thessalicus praecellis equus: mulierque Lacaena, Virque bibens Sacrae liquidos latices Arethusae.

Nelle monete di Orthe Tessaliae , il tipo del mezzo cavallo saliente presso un dirupo, nella cui sommità veggonsi due arboscelli, sembra senza meno rappresen- tare Ja contesa di Nettuno e di Pallade , che fanno e-

(107) « Idem ( Darius ) viribus omni ex parte stabilitis ante omnia quum cfligiem fecisset lapidem statuit, cui inerat ani- mal, vir equus, inscriptis in haec verba litteris : Darius Hy- » staspis filius, tum equi virtute , tum Oebaris Equisonis, Per- » sarum Regnum adeptus est. » Thalia II. 88, p. 196 Gro- nov. Sul cavallo di Dario vedi pure il Rittershusius, Il Wes- sellingio ( v. MII. delle annot. dello Schweighaeuser ad Herod. IH. c. 88.) dice « Nam quod Thom. Hyde Relig. Pers. cap. 23 omnem de equo narrationem ex Persarum vocabulo, sed male expresso, Gheshtasp , i. e. factus equo, propagatum pertendit , a vero abbhorret. »

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mergere dal suolo, quegli il primo cavallo , e questa la prima pianta d’olivo. Orte era vicina a Cranmon , nelle cui monete ricorre un cavallo saltellante con presso il tri- dente di Nettuno ( Sestini. Lett. T. VI. p. 128); e se- condo alcuni , il primo cavallo venne a luce nella Tessa- glia, in qua et jam montem altissimum ostendunt, ubi primum equus visus sit. ) Serv. ad Geor. Î. , 13 (108). Nella Tessaglia pertanto il cavallo che dovea dare lo scettro del mondo al Macedone, già tenuto a vile, e sprez- zato da Demostene; (109) ivi fu nudrito, e di fu tratto per essere ridotto nelle stalle di Filippo, che acquistollo per 153 talenti. posso ristarmi dal riflettere mara- vigliando, come nella vita delle nazioni abbiano luogo delle ricorrenti e simigliantissime circostanze, dalle quali sono partoriti de’ grandi eventi. E qualunque non la- scerà immeditato , che Dario acquistò l'Impero de’ Persi, veniente da Ciro, pel nitrire di un cavallo; come si è det- to; mentre Alessandro domando wn cavallo, conquistavalo da un suo suecessore !

Or Alessandro che davasi ad ogni sorta di disciplina e di esercizi (110), e dotto delle imprese degli Eroi, fa-

(108) Cavedoni Dichiaraz. di alcune medaglie greche pres. il Bullet. arch. Rom. 1850 p. 13.

(109) È notissima la lettera scritta da Alessandro al greco Ora- tore, in cui dicevagli « Tu mi chiamasti fanciullo , quando era » nel paese de’ Triballi, garzone quando passai in Tessaglia ; » ormai fatto uomo , spero giungere fra pochi giorni sotto Atene. » E' conosciuto l’ostracismo di Demostene , del pari ehe l’onnipotenza della sua parola Plut. vit. Alex. p. 799. Didot.

(110) » Corpus omnis generis exercitationibus , ad usum bel- » lorum, et patientiam laboris edomuit, » Freinshem. ad Curt. È.

Me

melico leggitor di Omero (111); ammiratore , ed imitato» re di Achille e di Ercole, dai quali discendeva per mater- no, e paterno sangue, dovè sentire lo stimolo di emularli; dimenticar Perseo, Bellerofonte, Achille, Teseo; ed ane- lare il momento di venire a capo del vaticinio renduto ; ed essere padrone del cavallo prodigioso , sicchè suo- nano ancora le sue parole « qualem isti equum per- dunt per mollitiem ammi , et tractandi imperitiam ! Il cavallo Bucefalo fu tratto da Filonico di Farsagha, avendolo trascelto fra gli altri per la sua bellezza , di cui sol degno credevane Filippo , il quale avea a cattivati i cuori Tessali, e donde all'uopo traeva cavalli, e cavalieri. (112) Anche Achille ebbe i suoi divini ca-

Cnfr. Athen. 1, 15 e 19 « Per otium autem primum assur- » gens rem sacram diis faciebat ; inde sedens prandebat. A pran- » dio reliquum diei venando , instituendo , iudicandoque aliquid » de re hellica, aut legendo exigebat. Si iter non admodum fe- » slinans faceret, inter eundem discebat aut jaculari, aut cur- » rum concitalum conscendere, ab eodem descendere. » Plutarch, vit. Alex. Cap. XXIII. Didot.

(111) « Ex veterum monumentis nihil antehabuit Homero , » quem unum omnem sapientiam, qua imperia constant , opti- » me complexum esse aulumabat: adecque eum cordi habuit, ut » (Graeco cognomento amator Homeri diceretur ete. » Freinshem. ad Curt. lib. I., IV. Plutarco riferisce, che Alessandro ap- pellava l'Iliade il viatico dell'arte militare. L'avea fatta correg- gere da Aristotele, e soleva impararne a memoria lunghissimi bra- ni. Vedi Plin. VII., 29 etc.

(112) Al trionfo di Alessandro nella battaglia di Arbella mol- tissimo contribuì il valore de Yessali, talche narra Diod. Sicul. lib. XVII c. LX. p. 174. Didot, « Parmenio tamen cum Thes- salorum equitatu aliisque sibi in pugnac societate adjunctis im- » pressionem ad tempus sustinebat. Et primo quidem strenue pu-

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valli , Balio e Xanto dalla Tessaglia, secondo Filostra- to. Dal quale è rammentato il rinvigorito costume, per opera di Alessandro , presso i Tessali di compiere de’ riti, de’ sacrifici, siccome l’oracolo di Dodona avea loro imposto , allo stesso modo che usavano essi anticamente; sicchè nella guerra di Alessandro contro Dario, quanti cavalli il medesimo dalla Tessaglia traeva , essi intorno alla tomba di Achille adunarono , eseguendo una spe- cie di gara equestre. Lo invocarono poscia, acciò col suo Balio, e col suo Xanto soccorresse contro Dario, facendo questa invocazione stando a cavallo. (113) Ales- sandro non fu da meno d’Achille nell’eroismo, e nella ce- lebrità; ed il Bucefalo, se dovessero seguirsi alcuni scrit- tori, fece grande Alessandro, più che il Xanto Achille.

L'epoca cavalleresca Macedone fece adoperare ogni arte perchè il Cavallo specioso fosse domato , ma tutto fu vano, e disperandosene l’ammansamento, rimaneva inutile e rinchiuso, non senza indignazione, senza sospiri dell’impavido ed ardimentoso figliuolo di Filippo; come raccogliesi dal complesso degli storici di Alessandro.

Non so qual fede possa essere accordata allo Pseudo- Callistene, ed alle narrazioni rinchiuse nei codici Greco, e latino. Certo che molta parte favolosa, o meglio poe- tica è sparsa in essi; ma d'altronde a traverso di simi- glianti narrazioni alcun che di vero puossi riscontrare , e

» gnans Tessalorum virtute superior erat .. ....... Parme- » nio quanta potuit sollertia Thessalorum turmis utens profliga- » tis quam plurimis , vix tandem barbaros , Darii fuga conster- natos, ad fugam adegit. »

(113) Philostr, Heroi XY.

(O)

nil formarci almeno il carattere del cavallo vantato , riser- bandomi nella parte mitica trattare quel che può parere allusivo al mito di Alessandro e del Bucefalo ; alla fa- vola risparsa dell'uno e dell’altro dopo la morte del ma- cedone, servita alla fantasia degli Alessandrini nella crea- zione de Poemi, di cui riscontriamo le tracce nei codici diversi del menzionato Pseudo Callistene. I periodi delle società umane si ravvicinano alceuua volta, ed hanno delle medesime sembianze. L'età eroica de Greci ebbe Ero- doto , il quale svincolavasi dalle scene poetiche dei dram- mi Greci, e con sembianza anche poetica , rivolgendosi alle muse, scrisse la più bella storia pagana. E ben ri- flettesi dall'Heyne (Litter. art. inter antiqu. Graec. con- ditio ex musarum etc. Opuse. vol. II. p. 299 et sequ. ) che i nomi delle muse sono simbolici nel dinotare, ora le tradizioni serbate a memoria , ora le arti, il culto ec., sotto tali nomi di muse narrate. Anche Alessandria ebbe l'età eroica sua, i suoi poemi; come l'età eroica del nostro medio evo; ma, sgraziatamente senza un’ Ero- doto, se si eccettui per noi il divino Dante, Poeta, e storico; e son proclive al sentimento , che siccome eravi un poema per Nettanebo, per Laomedonte, fatto dai Ma- cedoni in onore d’Alessandro per Tebe distrutta; altret- tanto gli Orientali fantasiosi e viventi all’epoca de’ To- lomei, sotto i quali ogni gloria Alessandrina aggiun- gevasi alla propria, inventassero pel Bucefalo ; sicchè Yannunzio dato a Filippo dal custode de’ cavalli esse- re il Bucefalo di una forma spettabile , simile al Pe- gaseo, a quel di Laomedonte, di divorare uomini ; mette tanto nel mio pensare, da non farmi rivocare in dub-

65 bio la favola che contiensi ne molteplici fatti narrati del cavallo prodigioso. E saria men male, che tanta insus- sistenza di cose non fosse viepiù avvalorata dal poetico racconto, onde è pieno il capitolo 33. lib. IMI. dello Pseudo-Callistene (114), in dove rinvengonsi eziandio de’ pezzi della poesia innestata alla storica novella sul l'incontro di Alessandro morente col piangente Bucefa- lo. E Ie ultime parole del primo bellamente inven- tate, han tal sembiante di una scena drammatica tra il più potente Re, e il suo cavallo, da non vedervi che uno de’ felici concepimenti della poesia orientale. Non è maraviglia il leggerne esempî simiglianti nel citato

(114) Kaî rasta cimdyros tod ‘AXsCardpov ò Bovxésxdos l'amos puisov maytov Ipouatos sion0s uat' rAnstoy "Aàs- Ciydpov Eriotàs NpZato toîs doiupvor natadover tiv udivev Koreròs uèyas èvévero Iepoay duo nat Mausdoyay eri mm toi inmov dapupota

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i poemetto di Oppiano, ove introduconsi parlanti cavalli.

Talora, e passò leggi di natura;

Voce prese virile, e somigliante

Lingua all'umana. Il marzial Destriero Del macedone Re , detto Bucefalo «All’Armi incontra battaglier er'uso (115).

Il penultimo verso , secondo la versione del Lampredi, suonerebbe meglio, dicendo ,

Del macedone Eroe, Eroe Cavallo,

| Raccogliesi pure, che il Bucefalo alla bellezza , ed alla forza avesse congiunta la ferocia , e l’indomita na- tura, qualità che non sono nuove del pari che l'afle- zione che tuttodì si ammira di tali animali generosi per li loro cavalieri.

Il cavallo fu chiamato Bucefalo , e Bucefala , ter- minazione usata indifferentemente, da non richieder molta pena per assegnarne Ja verissima, essendo stato uso presso i Greci ed i Latini adoperar luna, o Val- ira (116). Di tal nome scrisse lo Pseudo Callistene ( lib. 1.0. 415. Didot ) ({ Ex\n0n de Bovnepx)os, emsuòn ev To pumps ergev eynavpa Boos nspx)ey al quale può aggiungersi quel che leggesi nella voluta versione del G. Valerio ( cap. XV) vocabatur enim equus quem supra diximus illo nomine : nam eo modo , quod corniculata fronte

(115) Della Caccia lib. 1. versione del Salvini.

(1!6) In una nota del Curzio dell'Elzevir , lib. VI. c. V. p. 365 , dicesi « aliae editiones Bucephalum habent, Graecis vel Benspxdos , Vel Bsnsgx)as , ita Latinis utrumque expressum. »

= pia terribilis foret, ct quod inustio etiam fortuita quaedam ejus corae veluli taurini capitis imitamen insederat. Altri traevano ragione del nome dalla forza e dalla parti- colar forma della testa somigliante a quella del Bue, dalla ferocia e dal torvo sguardo, da due escrescenze nella sua, fronte a simiglianza di corna. Il Suida e gli altri Etimo- logisti dalla forza, e simiglianza col detto animale (147). Non può rinunziarsi al nostro Bucefalo molte di queste qualità, dette da molti, ricapitolate in una nota del lib. VI del Curzio (118), e che osservansi nel bassori- lievo, quali, la bellezza, e robustezza delle forme; la fierezza negli occhi, nella bocca, nell’atteggiamento slanciato ; e se appartenga ad ornamento , o alle pro- tuberanze del Solino il rilievo che vedesi sotto I orec- chio destro , non potrei asserirlo francamente. Riscontro eziandio nell'etimologico del Vossio alla v.

(117) Tom I. p. 447. Kuster.

(118) « Notam quoque Mezeriaci manuscriptam in latinum ver- tere et hic transcribere operae pretium est. Hujus nominis, » inquit, sensus est bovis caput ; aflirmatque Festus eum sic vo- » calum quia bovinum caput habebat; Strabo XV., quia ipsi larga » frens, Plinius, Solinus, Suidas, Aristophanis Schol. Arrianus » multique alii, quia in femore bovis figura eum signaverant ; » Plinius quoque hoc nomen ortum ait ex ipsius feroci aspectu, » torvaque facie ; Solinus, ex duobus tumoribus, qui cornibus » similes erant, ex ejus fronte prominentibus ; Arrianus, quod, » quum toto corpore niger esset, A/bam maculam in fronte ha- » beat, bovis caput rèferentem ; Tzetzes affirmat Bucephalam homi- » nibus vesci solitum » « Ego quidem, inquit S.t Croix examen crit, p. 215, Bucephalum credo habuisse caput bovino capiti si- mile, et hujus generis fuisse quod vocamus jumart » Not. 18 al lib. YI. c, V. del Curzio del Lemaire.

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Bucephalus, il seguente capitolo, vera autem nomimis ratio est, quod fuerit unus ex generosioribus equis Thessalis: qui elsi Kowes ita dicerentur , equus ta- men Alexcandri, qua tantopere historns celebraretur, nat etonriy illud nomen retinui solus. Haec ita esse adiemus ex Etymologo qui et ex Aristophamis ge- mino loco sententiam suam probat , vera igitur nomi- mis ralio est quod generosioribus equis Thessalieis ( qualis fuit ille Alerandri M.) inureretur bucramium, sive cranii bubuli figura quomodo xaygopar vocati equi, quibus impressum >, quasi oiy qopeyres ete.

Non è poi inconveniente tanto 1a aescrizione del Buce- falo di Strabone ( ?s Bucephalus a latitudine frontis quasi bovis capite praeditus , dictus est, quo semper Ale- xander in certammibus utebatur : erat enim bellator optimus ), al nostro bassorilievo, essendo che in esso il cavallo presenta grossa testa. Ma parmi , non dovere staccarci dall’Arriano ; imperochè comunque si fossero le spiegazioni degli seriltori citati e di altri ; il clas- sico luogo dello stesso, non è controvertibile in verun modo ; ed è il più ragionevole ed esplicativo alla sua volta; e tale da fermare la vera etimologia del nome Bucefalo , e forse nello stesso senso per una parte del Vossio, e degli Scrittori dal medesimo arrecati. Znustov dE oi ny Boòs usoudh Eyusyapayatn, #8 drov ua to dvoua tovto Aeyovoty dti Epepey oi de Aéyovow dr Mevnoy ofiux elyev Erì tns neoadfmis, uedas dy autos, sùs Boòs sequàrv padiota e'nxGUEYOY, cIVE LYOLA ei impressa erat Bovis caput, cujus etiam causa nomen ei Bu- eephalo inditum est, vel quod, ut alris placet ,

26 quum ‘ipse nigri coloris esset , albam in capite notam haberet , bovis capitis per quam similem. ( Expedit. lib. V. C. XIX, Didot. ) Sono queste le parole dal- lo Storico adoperate sul conto del Bucefalo. Egli è ve- ro, che la nota, o il ducranio non vedesi nel bas- sorilievo nel corpo del cavallo ; ma su ciò discorrerò più a lungo nella parte mitica , cercandone la ragio- ne. La bellezza dell’animale notata dagli scrittori, trascurata da Arriano nello stesso capitolo citato ; è ri- corrente, come abbiamo veduto qui sopra, non pure nel cavallo del bassorilievo Pompeiano , ma anche negli altri monumenti, come nel cavallo di bronzo con Alessandro nel R. Museo Borbonico , in quello del gran Musaico Pompeiano , che il chiar. signor Pancaldi (119) vor- ria di razza affricana, per servire al suo assunto in contrapposizione del Quaranta e dell’ Avellino. Ma ap- punto dal Pancaldi istesso desumo, che se il cavallo del gran Musaico è attribuito alla razza Araba, con testa grossa, occhi taurini, ed avente del feroce, eran questi i caratteri proprì e distintivi del Bucefalo, carat- teri che ora sono confermati dal novello monumento Pom- peiano , al quale aggiungesi altro titolo di pertinenza, da che nel gran Musaico il destriere cavalcato da A- lessandro combattente, ha volto l'occhio destro verso il cavaliere , nell’ istesso modo che osservasi evidentemente nel nostro bassorilievo , circostanza che non fa punto porre in bilico un momento la simile natura e l’ istesso

(119) HI grande Musaico Pompejano illustrato, Napoli 1845 pag. 33.

ue individuo (420) due monumenti , al che può aggiun- gersi, che ne’ cavalli del Museo Borbonico la criniera è tagliata nello stesso modo di quella del bassorilievo; e simile al Pompeiano è altro interpretato dal Visconti.

Ritengo adunque , se non vado errato , che dopo la descrizione di Arriano, sia inutile discorrere su quanto dissero il Mezeriac, ed il S. Groix (121) intorno alla voce Bucefalo. E vedremo in prosieguo, che se regger può il testimone di Arriano in riguardo alla nota, 0 segno, o marchio a testa bovina del Bucefalo, ciò avrà pro- fonda significanza mitica nella interpretazione che re- stami a fare. Questo comporrebbe le molte discettazioni mosse a tal riguardo; e vedremmo così le varie auto- rità meglio fraintese, conciosiachè il marchio di Ar- riano, al quale fanno eco etimologico magno, gli Scoliasti di Aristofane, Esichio , Plinio , il Vossio, Gel- lio ed altri, troverebbe luogo nel mitico racconto , e sarebbero conciliati i medesimi col silenzio di Strabone, di Diodoro, di Gurzio , e di altri. E in tal modo il nome di Bucefalo verrebbe desunto dal marchio a for- ma di testa bovina del quale era insignìto.

Non sgradirà il lettore che io trascriva un pezzo del

(120) L'Hirt. crede il Musaico Pompejano rappresentare il com- battimento contro i Mardi pel Bucefalo Nella citata nota 18 al 6.° Libro di Curzio leggesi « Alexandri Bucephalam domantis » marmorea statua Riomam a Constantino translata est ex Alexan- » dria, et in Quirinali colle posita in medio thermarum, quas > ibidem construxerat, ex quo nomen inditum IMonle Cavallo, » (121) Exame, Critig. des Hist. d'Alcxand. p. 215, not. I.

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P. Daniele Bartoli , che dall’ombratica natura del Buce- falo parlando per avvertimento di quelli fra gli uomini, che all'ombre dàn corpo, pur egli facciasi a discorrere della bellezza del medesimo conveniente al marmo con quella sceltezza di dire tutta sua « Fazion di corpo,

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egli dice , più regolata e in ogni sua parte meglio in- tesa non si era mai veduta: gli scultori che con l’arte migliorano e passano la natura, in quanto essi raunano in un sol corpo tutto il bello che ella divide fra molti, trovavano che volere in quest'uno e vero, a vo- lervi il meglio di tutti. L'anima poi tutta un fuoco di spiriti, tutta ardore di generosità e di bravura : agi- lissimo al muoversi, velocissimo al correre, ferocis- simo all’assalire, gagliardissimo al durare » E

più appresso dopo aver recato un luogo di Gellio sulla sua morte, prosiegue « Questo fu l'ultimo sconto, con

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che quel generoso animale finì di sodisfare al suo si- gnore dell’ averlo fatto divenire quel ch’ era : allora che il liberò in perpetuo dell’infestazione dell’ombre, che malamente agitandalo , il rendevano affatto ina- bile a cavalcare. . ... Solo Alessandro s'avvide, che la cagione di quel tanto implacabile smaniare, e con- tendersi al maneggio , non era ferocità di natura , ma illusion d’occhi e inganno di fantasia. La sua me- desima ombra , ricresciuta con quella del cavaliere, e amendue insieme formate come in un gran corpo di mostro , che nel muoversi, quasi con lui si azzuf- fasse; quell’era che spaventandolo, il facea dare in que- gl'impeti di fierezza. Adunque preselo nelle redini egli stesso , e piacevolmente lisciandolo , il voltò contro

7% » al Sole, fronte a fronte, che tutta l'ombra gli si » riversasse dietro alla groppa, dove non la vedrebbe. » Indi, preso l’arcione , e montato in sella, e pur te- » nendolo così volto , venne sicuramente maneggian- » dolo quanto volle : poi gli diè un poco di volta, tor- » cendolo, quanto solamente vedesse un ritaglio del- » la sua ombra: prima fermo, che non altro che » la vedesse; poi dolcemente movendosi; e così a pal- » mo a palmo crescendo e nell'ombra e nel moto, fino » a rivolgerlo tutto contro essa, e farla , per dir così » impazzare, formandola in varie apparenze, senza or- » mai più risentirsene il cavallo. (122)

Il Bartoli , spiritosamente cacciandosi nel fatto di Bu- cefalo per servirsene nella parte morale tanto utile agli uomini, ha risoluto la fierezza del Bucefalo nel difetto di fantasia ; però egli l'ha fatto appoggiandosi a Plu- tarco, dal quale, non può negarsi, che le ombre im- paurissero il cavallo famoso ; come chiarissimo risalta dalle sue parole, servendomi della versione dal Greco del Doehner, fraenoque correptum adversus solem ob- vertit; mimirum ammadvertens equum umbrae quae agilata et tremens ei appropinquaret , conspectu per- turbari. ( Vit. Alex. ) E vediamo ancor noi di frequente come siffatti animali infieriscano , ed impazzino per tal difetto.

Ma or dirò più dettagliatamente del modo, onde riuscì Alessandro, che beffavasi della insipienza de’cortegiani,

(122) Bartoli dei Simboli trasportati al morale lib, 1. p. 110 e segu. Torino 1840.

SR7 fa a domare il Bucefalo , con la scorta di Arriano , e di altri storici. Dai medesimi è narrato esser venuto Ales- sandro a disfida e a patti per la riuscita felice di do- mare l’ animale feroce ; ritenendo per del tutto favoloso quel che riferisce lo Pseudo Callistene sul nitrire del cavallo , e le altre cose di tal fatta, meritando però esser ritenuto quel che dice in seguito (123) lasciando il poetico, anche per struttura di parole ravvisabile , come osserva il dotto annotatore al testo Greco p. 16 Alessandro adunque fece cavare il Bucefalo dal luogo in cui era, e situandolo in opposizione al sole, ( che non trovasi nel Valerio, ove più semplicemente il fatto è narrato, di quel che lo avessero praticato Plutarco, Arriano e Curzio ), perchè non permetteva l'indomito destriero che fossa ombra di se innanzi a lui ; ed al- zandosi di un botto, essendo sveltissimo e leggiero (124), e trovatosi a cavallo, fece che i movimenti furibondi del- l’animale fossero frenati a poco a poco. Perciocchè trova- rebbesi più convenienza tra il racconto dello Pseudo-Cal- listene col modo in cui è rappresentato Alessandro senza redini, e senza sproni, che con quello di Plutarco , e

(123) « Quod ubi intuitus est Alexander, fuisse in illo ante » hac tam truculentum officium edendis hominibus demiratur. » Denique custodibus evitatis , claustrisque dimolis, animal edu- » cit, Jubamque ejus cum laeva apprehendisset, audacius ne- » scias an facilius , tergum quadrupedis insultat , effrenemque , » sed morigerum tamen imperiosis moribus aurigabundus hac at- » que illac Alexander circumducit. » Pseud. Callislh. lat. I. c. XVII. Didot. p. 17.

(124) Quia agilis erat et celer pedibus Plutarch, Apophthegm. p. 214. Didot.

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di Curzio, e di Arriano. A simile contradizione di serit- tori, e al non trovare segni nel bassorilievo di redini; di sproni, e di altro, meno il flagello sarebbe meglio suppor- li, vedendo ai piedi le solee, e la sinistra mano stringente alcuna cosa; poichè nella Vittoria del Partenone d’Atene, sebbene senz'ali, pure dalle correggie, che pendendole da- gli omeri s'incrociano sul petto, sono state supposte, co- me ha osservato il Visconti ( op. Var. t. IL. p. 130). Gli artisti Greci usavano spesso di lasciar cose che do- veano esser supplite dall'immaginazione , per dare mag- gior interesse alla scena. (Visconti op. cit. Tom. IV.135.) Meno che pelflagello, possono sovvenire due ragioni, l'una che nelle sculture fosse uso alcuna volta presso gli antichi di dipingere gli ornamenti, e gl'istromenti cavallereschi; l’altra che vien dal costume che eravi pure ne’ giuochi Olim- pici di non adoperarsi, come abbiam visto con l'autorità di Pindaro, nella corsa, ne redini ne’ freni. Paragoni il lettore i luoghi di Plutarco , e di Curzio , che ho posto nelle note, colla figura del Bassorilievo ed abbiane quella opinione che più gli aggrada (125).

(125) » Et mox inter eos de solvenda pecunia facta sponsione, Statim ad equum accurrit, fraenoque correptum adversus so- lem obvertit ; nimirum animadvertens equum umbrae quae agi- tata et tremens ei appropinquaret, conspectu perturbari. Deinde » quum paululum palpasset manuque leniter ducta demulsisset ut animo spirituque repletum vidit, sensim abjecta chlamyde sese » in eum extulit, tutoque consedit, leviterque habena fraenum » adducens absque verberibus atque ulla equi laceratione compe- » scuit; ut minas posuisse eum et jam cursus cupiditate aestuare » sensit, laxata habena cursum urgebat atque jam asperiorem vocem et pedum pulsum adhibuit. » Vita Alex. Cap, VI. p.

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Alessandro adunque secondando il cavallo riuscì i asta: carlo, e dominarlo nella corsa, senza adoperar la frù- sta 0 flagello. Qualunque l opinione che tengasi, piut- tosto per Callistene , che per Plutarco, e Curzio , è sempre Alessandro ed il Bucefalo , che ci si parano innanzi con i loro caratteri distintivi e speceléati. Se Alessandro è con la Clamide , ciò non contradice al luogo di Plutarco, e di Curzio , a quel che sembra- mi; e se pur si volesse, è rimarchevole quelto dello Pseudo-Callistene in ciò non dispregevole: some da prin- cipio ho avvisato , il quale nel semplice racconto, non fa motto che Alessandro fossesi.disbrigato nell’ ascen- dere sul Bucefalo della sua Clamide. Or dunque Plu- tarco (Vit. Alex. VI.) adusando la frase &rofprtas ficvya ziv XAduvda , voltata nell'edizione del Didot dal Doeh- ner in latino , sensim abjecta Chlamyde , I&rmpfH0s, abjecta , non debb' essere ritenuta assolutamente per gettar via, ma per mandare addietro , in altra parte, e per un'azione su la persona , onde essere il cavaliere sbarazzato d'ogni inciampo , il che concilierebbe il silen- zio dello Pseudo-Gallistene. E il dimissaque sensim chla- myde di Curzio , non pure include il totale sbrigarsi del

796. Didot.—« Tum Alexander comprehensis equi habenis, eum » ita statuit, ut in adversos soalis radios conversus, umbram suam » conspicere non posset: ea enim antea exterrilum acrius fero- » cisse observaverat: quumque nihilominus aestuaret, jubam de - » mulcens, dimissaqgue sensim chlamide, in saevientem adhuc » insilit. Jlle parendi insolens cervicem et calces jactare, multaque » pervicacia contra frenum niti ; denique proripere se conari et » ingenti violentia cursum moliri, » Freinshem ad Curth. I. IV. » p. 15, Lemaire. 10

Pa) Sea vestimento , tanto più che Alessandro di botto asceso sul cavallo , non avrebbelo potuto fare del tutto, ma solo ritrarla in dietro. Epperò la frase adottata da P. Manzi nell'Italiana versione di Curzio, per cura di An- tonelli, con cui spiega il dimissaque etc. sovrappo- stogli al mantello , non va al vero senso, parendomi eziandio , che il dimissaque dia l’idea del ritrarre alcu- na cosa, non altrimenti che il greco &roffirto da dre procul, e fint® jacio, gittar lontano, metter addietro, gettare dietro , cui dev essere ravvicinato il dimittere. Infatti se prendasene esempio presso Serittori che han parlato di cose appartenenti a’cavalieri , e di modi da essi usati , troveremo , che in Arriano ( Tactica p. 8, e 9 Amstel. 1683, Blancard) , alle parole Amphippi ve- ro, qui bimis ( equitibus ) non stratis et conjunctis, ut ab uno transilire valeant in alterum , V annotatore al Non Stratis, dice, hoc peculiare fuit in his equis, quod monere omiserunt viri docti. Vulgo otpouata, la- tine strata, habebant ex corio , aut pelle , aut qua- cumque veste, quibus insidebant equites. His carebant desultoriî , opinor, me impedimento essent totiens transilientibus , fluwca videlicet et pendula , ut disci mus cx imaginibus , et iccirco facilia, quibus inter transiliendum pedes implicentur. Dunque gli anfippi aveano bisogno di essere sbarazzati da qnalunque im- paccio di vestimenti. Ma non così per li Singulatores, che servivansi di un sol cavallo, per li quali la bar- datura e il vestire non era d'inciampo , epperò Ales- sandro non dovè sbrigarsi della clamide, che vediamo

ERE, TAO

nel bassorilievo qual suo distintivo ; tanto più, che il Potter ( arch. Graec. t. IL, #1 367 c.3 p.17) de- riva la cavalleria anfibia dai tempi eroici, forse pro- pria de’ barbari; e barbaro costume sarebbe stato in- vero quello di Alessandro, laddove fossesi del tutto denudalo. Vero è che Arriano parla di bardatura , ma per analogia può estendersi agli ornamenti de’ ca- valieri. Quindi più mal fatto , e più barbaro ancora, se l'artefice del Anaglifo, avesse ritratto l’Eroe senza l ornamento che neppur divini era trascurato, come ho notato più addietro. Nelle sculture del Partenone di Atene ( Visconti op. var. t. IM. p. 132. Mil. ), i ca- valieri sono vestiti alcuni di tunica } ed altri hanno ta clamide sola ; la quale fiuttuante , lascia vedere il loro corpo quasi del tutto nudo ; ciò che formava il bello, non privo del velo della decenza. Quindi per la varietà delle narrazioni , è mestieri attenersi all'uso degli ar- tisti antichi, ai costumi , alla bellezza del lavoro , ed alla verisimiglianza.

Conviene inoltre rimarcare nel bassorilievo , come dl rimanente del corpo del cavaliere segua i moti dell’a- nimale sbuffante e ritto su i piedi di dietro; mal soffe- rendo il dominio del medesimo ; il quale per la violen- za de movimenti del suo Signore mostrasi rivolto alcun poco a dritta. Polluce nell'Onomastico , ci ha lasciato degli ammaestramenti che offrono delle buone dilucida- zioni intorno alla posizione di Alessandro nel Basso- rilievo Pompeiano , dicendo « /ncita vero ipsum, e- quum signis hortatoriis et fraeno retrahe, fraenumque pemiltes .. . non convenit autem calcaria subdere ,

79 sed oportet magis demulcere et hortari ... ut caput defiexa cervice incurvet, gestumque eum induat. (126)

Intanto se nel giovane cavaliere del Bassorilievo Pom- peiano vedonsi le solee senza stimoli, nom segno difreno, di redini nel cavallo , contrariamente a quello che ab- biamo veduto essersi esposto da Plutarco, e Curzio , ri- cordinsi Je ragioni da me più sopra addotte ; tra- scuri osservare che la sinistra mano di Alessandro è in atto di stringere qualche cosa , e guardisi pure alla boc- ca del cavallo, ove par di vedere un segno di freno; men- tre son rimarchevoli nel marmo le gambe e i piedi e le altre parti disposte alla flessibilità voluta dal Polluce. « Cum vero insederis equo , nequaquam femora ad equilatera comprimes, sed pedes laxos , flexilesque habeas , stanti similis. il vedersi d'altronde il Bas- sorilievo sfornito di ciò che dicesi necessario ad un ca- valiere , induca opinione contraria , per lo racconto di Plutarco e di Curzio, e discredere all’Alessandro in esso effigiato ; essendo da ricordare , che nelle statue se- guivasi, e servivasi ad un ideale , che sfuggiva alle minime cose, era assolutamente contrario al modo di rappresentare (127); talechè abbiamo nell’atlante del

(126) PET RE* pe 127-

(127) Parmi che di tutto valga a render ragione il seguente luogo del Visconti ( oper. var. t. III. Sculpt. du Parten. et de l'Acropol. a Athènes p. 133. Milan. 1830. Labus ) « Ces parti- cularités nous indiquent la liberté qu' avaient les arlistes anciens relativement aux coslumes de leurs figures. Il n'est pas vraisem- b'able que les jeunes Athéniens parussent en publique presque nus, comme nous voyons dans plusicurs d’entre eux', ni que dans un

hl PA Muller (tav. 24 fig. 28 ) una schiera di cavalieri , i cui destrieri non han freni, non bardature , ed essi stessi con brevissime clamidi, simigliantemente al nostro bassorilievo E per quanto favolosa la storia dello Pseudo-Callistene , il breve, verisimile e semplice modo con che tratta il fatto dell’ascensione di Alessandro sul Bucefalo, non si lascia indietro a quanto han scritto Plutarco , e Curzio.

Chi non ricorda poi, che domato ch’ ebbe Alessan- dro il Bucefalo, sceso di cavallo , abbracciato dal pa- dre intenerito e molle di pianto, intese le memorande parole che il genitore proferì? « Quaere, fili par tibi regnum, siquidem non capit te Macedonia. » (128) Credo inutile in questa prima parte dir oltre del Bucefalo

jour de pompe et de cérémonie ils montassent leurs chevaux non- seulement sans éperons, mais sans chaussure, ni que les dames Athenienses s'y montrassent les pieds nus ( Aredi,wro: mus pieds, et a'v.rv.es, Échevelées ); mais l’artiste a donné à plusieurs les bottines appellées emdafes On pourrait penser que cette frise ayant élé rehaussée de quelque durures dans aecessoires de bronz, la seule dorure aurait pu suffire pour marquer quelque rubans et faire supposer de riches chaussures aux pieds des figures qui sem- blent n'en avoir aucun. Des observateurs ont cru mème remar- quer les vestiges de quelques couleurs encaustiques sur le mor- ceau. Ces suppressions sont faites en faveur de l'art. et tien- nent à ce costume idéal , que les artistes de l'école grecque ont presque toujours suivi, mème en exécutant des portrails et en iraitant des sujets historiques. C' est un erreur des modernes de croire que les costumes des Grec et des Romains étàient toujours exactement ceux que nous retrouvons dans les ouvrages de l'art. » (128) Plut. vit. Alex,

90 delle sue qualità, della sua morte, della Città Buce- falia surta per sua onoranza , insieme a /Vicea, della quale fu pur fondatore Alessandro, e di cui il ch. Dia- milla ( Annali di Numism. fasc. 2. p. 88, compilati dal ch. Fiorelli ) discorre come fondata dai Micaenî , che facevano parte dell'esercito Macedone. Tengo a de- bito però rammentare, che del Bucefalo domato da Alessandro vidersene sculte opere , ed oltre il luogo di Stazio già da me prodotto, il Freinsemio, come ho scritto ( nota 120 ), ci notizia del bronzo sculto da Lofredo Sequano ; ed altre opere sono rammentate dal Gammi, e dal Rosino. Dal Panvinio , e dal Fa- bricio vuolsi, che il Colle Quirinale di Roma fosse detto Monte Cavallo, dacchè Costantino fecevi collo- care la statua marmorea rappresentante Alessandro il grande che doma il Bucefalo , tolta ad Alessandria. Però il Visconti, e dopo lui altri dotti (129), han fatto chiaro, che i Colossi del Quirinale, lungi dal presentare una doppia figura d'Alessandro il grande col Bucefalo, pre-

(129) Oltre E. Q. Visconti, Filippo A. Visconti, e G. Ant. Guattani, M. Chiaromonti pag. 72. Fulchiron, Voyage en Ital. Merid. t. IV., pag. 217 esprimesi « Elle (a Place Mon- fe-Cavallo ) tire son nom de deux colosses antiques . . +. . et à tort ou raison, on pretend representers Castor et Polloux tenant, par la bride , leurs chevaux . . . .. qui se rapprochen! de l’Arabe etc. Secondo Visconti, ed altri furono rinvenuti nelle terme di Costantino , e diconsi opera di Agasia M. P. Clementino t. I. p. 71. M. Worsleiani p. 153. Su di Agasia Labus Prefaz. ai M. Bor. di Visconti p. VI. A. Rochette Lett. à M. Schorn. p. 320. sull’ errore del Sillig rilevato dal Boeckh ( corp. Inscr. gr. t. II, p, 237) intorno al nome di Agasia,

dali sentano i Dioscuri. Ed il Visconti stesso nel t. I. p. 13 del M, Pio Clementino tentò vederne pure l’autore. Se- condo che leggesi nel Miller (Man. d'arch. t. II. p. 411, not. 5.), sono magnifiche figure con le propor- zioni di Lisippo eseguite a Roma dopo Augusto su gli originali Greci. A buona ventura mi è venuto sott' oc- chio il bullettino Archeologico Romano (n. VI. Giu- gno 1850 p. 109), in cu il Canina ragguagliando sui moderni scavi di Roma, dopo le prime nolizie del ch. Braun, discorre di un cavallo di bronzo di squi- sito lavoro rinvenuto , e che credesi uno dei famosi Ca- valli, seulto da Lisippo per ordine di Alessandro ad onoranza de’ prodi morti al Granico.

Inoltre una statua d'Alessandro Magno vedesi incisa alla tavola XVII della Galleria di Dresda. Il cavallo che sino al petto vi comparisce spiccato dal suolo, sarebbe il Bucefalo (130). Un tal monumento , oltre al rammen- tare l'azione portentosa di Alessandro in demarlo, ricorda l’uso di metter le protome de’ cavalli alle statue de’ Ca- stori, del Sole, e dell'istesso Giove. E se simbolica- mente eran poste a' Castori, e al Sole ; simbolica- mente pur credo fossesi usato per Alessandro ; e le idee da me prodotte nella seconda Parte, serviranno , forse , a confermarlo ; al che mi avvalora il riscontrare i fre- quenti dubî incontrati nel rivindicarsi diversi monu- menti, e fra gli altri la Della statua del Sole, attri- buita ad Alessandro , nelia quale le due protome dei cavalli ; e 1 colossi del Quirinale , da poco attribuiti ai

(130) Visconti Monum. Scel. Borgla 1 XXTn Lp 152 not. 4.

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&_

Dioscuri. I quali dubbî per avventura non sarebbero sorti, se la fisonomia di Alessandro, i miti di lui, la sua bellezza, non avessero contribuito a vederli spun- tare e per la grandezza del soggetto e per l’infinità dei lavori ; epperò crescono le ragioni per ritenere il Bas- sorilievo Pompeiano come rappresentante Alessandro e il suo Bucefalo , non men bello del cavaliere ; non facendogli onta la testa piuttosto grossa, essendo sta- ti nell’ antichità pregiati i cavalli che 1’ avessero bo- vina. (151)

Parmi aver esaurito quanto era in me per lo scio- glimento del primo problema. Or dovrei passare alla Seconda parte , ma credo esser bene premettere, come sonmi avvisato, un parallelo, dopo tanti fattisine di Alessandro , fra questo e Romolo ; il quale parrà forse arrischiato , ma che io lascio alla sapienza di chi mi onorerà leggendolo.

(134) Visconti M. Worsleiani p. 130.

Per maggior comodità del Lettore , ho fatto porre a capo del mio libro un incisione in rame rappresentante il Bussorilievo Pom- peiano,

PARALLELO

DI ALESSANDRO CON ROMOLO

Difficile est iudicare utrum urbs reliqua urbes , an imperia, quae fuerunt, olim, hoc imperium maiore superet intervallo.

ArIsriD. 1N Rom.

i yg NNANZI di trattare la seconda parte di questo mio 22 lavoro ; per maggior dilucidamento di essa ; e N = per tentare un nuovo confronto del gran Chia no Ea qual sapientissimo politico, e asa d'Im- pero con altro subietto di egual sapienza, sonmi arrischia- to compararlo col Fondator di Roma , incoraggiato dai molteplici paralleli, che sino a questo momento sono esciti di tanti, di varie età, di vario merito, tutti ri- spondenti al suo genio , all'altezza de’ suoi pensieri , alla grandezza di quel che operò ; tutti convenienti

co’ tempi e col grado di civiltà in cui vivea Alessan- dro. Troppo accusato , forse mal compreso ; obbietto di criliche crudeli; della sua gloria si è fatto mercato di vano suon di parole ; e la tirannide e la crudeltà, nomi con cui è stata tratteggiata la sua vita, traden- dosi il più bel quadro politico, sono stati gli allori di che alcuni critici han fatto degno Alessandro , per

combattere principî , certo non buoni , santi, ma 11

+ Wa

non avvinchiati nel cuore suo magnanimo, e a quel punto, di cui è stato segno il figliuolo dell’ astuto, e fino politico Filippo. (1) Invero siamo troppo superbi voler di que-

(1) Possono leggersi gli svariati e molteplici paralleli di Ales- sandro con altri personaggi nel Tomo 3. dell'Arriano di Chaus- sard. Napoleone qual nuovo Prometeo su lo scoglio rizzantesi dall’immenso Oceano tra Africa ed America, disse sentenza sul conto de’ grandi guerrieri e capitani dell'antichità, ed in Anni- bale vide un gran guerriero. L' illustre Chateanbriand seguendo le sue idee ( Itiner. de Paris A Jerusal. ), ecco come ne parla in confronto di Alessandro. « Annibale mi è paruto il più grande » capitano dell'antichità, se non è il più, che sorprende. Non » avendo avuto l’eroismo d’Alessandro, i talenti universali » di Cesare, li ha superati come uomo di guerra. Ordinariamente » l'amor della patria o della gloria conduce gli Eroi ai prodigî ; » il solo Annibale è guidato dall'odio. Portato da un genio non » ordinario, parte dall'estrema Spagna con un'armata composta di » venti popoli diversi. ..... Impavido ne’ pericoli , inesauribi- » le nelle risorte , fino, ingegnoso , eloquente, saggio, scrittore » di molte opere, Annibale ebbe tutte le qualità che apparten- » gono alla superiorità dello spirito ed alla forza del carattere , » ma non avea le alte qualità del cuore: freddo, crudele, senza » pielà, nato per rovesciare, e non per fondare gli imperi, fu in » magnanimità molto inferiore al suo rivale. » Questo, che può es- sere considerato come un triplice parallelo per Alessandro, Annibale, e Cesare, e forse anche Scipione, mi il campo vedere nel se- condo uno di que’ Capitani di ventura, che il cotti, non è molto , ha dipinti nella storia degli eroi del nostro medio evo. Annibale, al quale non conviene disdire grande conoscenza di strategia ; audacia somma , impetuosa violenza nello spingere le battaglie, non ha che l’anima di un di loro e guerreggia non per se stesso, per uno scopo politico. L'arte della guerra ancor- chè posseduta nel più eminente grado, non partorisce l’ eccellenza per stessa in chi la possiede ; ma debbe racchiudere pnranche l’abilità di sapersi servire de’ concepimenti de’ piani guerceschi ;

st uomo straordinario parlare, e quel che peggio ab- bassarlo tanto; quando il dottissimo Plutarco non ebbe l'animo, sconfidato dall'immensa serie de’ suoi scrittori , scrivere, le guerre, le gesta, la vastità de’suoi pensieri. Epperò che non lascionne parallelo essendo di que genì che escono quasi dall’orbita in cui si aggirano O) UL gl'istessi vati. E non ancora il giovane Pelléo, il figlio di Corsica hanno avuto un poema degno di loro. Un bel- lissimo ingegno Aprutino il chì Guanciale ne' suoi canti ( de septimo congressu), lamentò la mancanza di quello di colui, che st nomò, due secoli, e che « trusit victor ovans tolumque exterruit erbem » e di cui profonda- mente e inimitabilmente pur disse « mec posse hunc unum vincendo vincere secla. »

e mettere a profitto il frutto delle vittorie. Annibale difatti ristassi al veder Roma, l’assale, scorgendo ostacoli insormon:abili per farsene padrone E qui Egli mostrasi da meno di Alessandro che non isbigotià alla resistenza di Tiro. Se Alessandro fosse sta!o nella slessa sua posizione presso Roma, avvrebbe assalita la Città eterna, e sarebbe stata sua, come fu sua Tiro. Annibale fino a que! punto avea avventurate le sue battaglie, ed eran riescite buone; ma ora in mezzo di popoli spaventati dalla sua ferocia africana, shigottì, non avendo alle spalle esereito che il guardasse. Alessandro avreb- De provveduto innanzi ai mezzi, per esser protetto. Ciò costitu sce il grande de conquistatori, e de guerrieri. Quindi per cuore, per abilità, per grandi disegni Annibale può essere al di sopra di Alessandro. La Provvidenza avea fatto di Annibale i’istro- mento della distruzione della patria istessa che nol conobbe , ed egli non amò! Gran ventura per Europa, che gli abbronzati Figli di Cam si fossero arrestati pel mal talento del loro Duce! Chè dove ora splende la Croce avremmo visto le insegne di B40/, e le Camitiche

sezzure; e i figli del deserto, ove sono gl'industri popoli Giapetici.

uo

A tal punto si chiederà per avventura, perchè àllato di Alessandro, nen abbia io posto Napoleone, ravvicinando l'epoca la più grande del mondo Greco con quella del Gallico Impero ? Invero confesso, che de’ grandi ravvici- namenti fra essi loro vi potriano figurare ; molto campo avrei avuto ad un parallelo e per la dottrina, e pel ge- nio di conquistare , e nell’ operare , e nell’ innalzarsi alle più gloriose gesta. Le giornate di Millesimo, di Montenotte , e quella di Wagram congiungonsi ai grandi fatti del vincitore del Granico di Isso e d'Arbella. I geli del nord, la catastrofe della Campagna di Russia ri- chiamano in qualche modo allo sgomento di Alessandro; la ritrosia e l’avvilimento de’ suoi soldati su le rive del- Indo, non meno che la pièta de’ soldati del grande nostro Contemporaneo al passaggio della Neva, e della Beresina. Ma questi due genii si distaccano, all’Elba , a Lipsia, a Waterloo, a S. Elena. Uno era il loro pen- siero; ma comandavano a popoli di altra natura , di al- ira indole , in diverse circostanze. Venti secoli si stanno fra l'uno e l’altro genio; fra i quali pur sono le Corone, ei Troni de Tolomei abbattuti dai Cesari, l'impero Car- . taginese distrutto da Scipione, e l'ombra di Anmbale vagante in quella Grecia che avealo temuto ; e il colosso Romano mirante a’ suoi piedi il simulacro dell'Impero di Bisanzio , decrepito sotto l'insegna della mezza luna. Dip- più Napoleone è il figliuolo di una rivoluzione, che ha distrutto l'opera di 18 secoli, ha avuto un Filippo, un giovane popolo, un'aristocrazia del suo paese. Egli solo è la scintilla di quel fulmine che scoppiò da Scilla al Tanai. Quantunque i tempi somigliano, gli uo-

9/0

mini non sono gl'istessi sempre, la civiltà si misura con civiltà già morta; chè la civiltà nostra ha altro cammino , altra direzione. La dissimiglianza de’ tempi fa sentirsi in tutta la sua forza dice Chateaubriand ( Rivolut. Ancienn. av. I. C. 479 t. I. p. 338. Pa- ris 1842. (2) Ecco perchè sonmi avvisato mettere in veduta piuttosto Alessandro con Romolo , nell’impossi- bilità di ravvicinare popoli, religioni, morale, e Capi aventino vita specifica , e propria, e divisi da secoli distruttori. Spero che il rimandare il lettore ai principî di Roma, ed all'origine di Romolo, e farlo traguardare nella culla di Alessandro, e nella fondazione di Alessan- dria, e mirarvi la grandezza di due Imperi, per esse cit- tà, nascenti, non sia di poco momento, come vorrei che nol fosse, com'è la pochezza del mio dire.

Riflette il Michelet (3), che il tipo dell’eroismo non è presso i Romani un Dio incarnato, come nell'Asia. Del pari io lo considero in Grecia , ed anche in Macedonia. Se basta per fondare una Città ai figliuoli del Lazio un

(2) Lo stesso Chateaubriand op. cit. p. 392 dice « vi ha una differenza considerevole fra l'età filosofica di Alessandro e la no- stra, considerata dal canto dell'influenza politica. »

(3) Lib. 1. C. I. Cfr. Guignaut note al lib. III. della Simbo- lica del Creuzer p. 841. e 842 e segu. Il dotto annotatore fa ri- marcare, come il culto Greco , in parte si fondasse su l'apoteosi, direttamente opposta all'izcarzazione delle religioni d'Oriente; e come per la credenza volgare Ellenica, non vi era che un uomo, o un semidio il quale potesse tollerare il destino umano; così Osi- ride- Bacco avrebbe dovute necessariamente aver vita nel seno di una donna mortale. Nelle quali opinioni, io mi guardo bene dal- l’accettare i concetti Evemeristici.

Rua nato dagli Dei, non da una vergine, come i Numi India- ni, ma almeno da Vestale : Se in lui del pari che nella sua Città si unisce lo spirito del Marte Italico occiden- tale ( Mamers ) , che non conosce altra supremazia fuori quella della forza con lo spirito della Vesta Orientale ; simigliantemente traveggo nell'origine di Alessandro. Nato da Olimpia, non vergine, ed iniziata ne’ famosi misteri di Samotracia, ove non era ignota la Vesta de’ Romani, e di co’ Pelasgi recata a Roma, è proge- nie del potentissimo de’ Numi, generatore di Ercole , da cui direttamente Alessandro ; e in tal modo anche in Grecia il Dio occidentale ( il Giove Dodoneo); mentre per Olimpia, e pe'misteri Cabirici àssi il principio orien- tale. Il dualismo romano rivelasi in Romolo; e Remo. Romolo uccide Remo, omicidi simbolici , dice Vistesso Michelet, che non faranno maggior torto al buono, e giu- sto Iomolo , di quel che ne faccia al Giove, padre degli uomini e degli Dei la mutilazione di Saturno. Alessan- dro uccide Nettenebo , augure, prestigiatore, mago, scacciato d'Egitto e dal Trono. (4)

(4) Ecco come lo Pseudo Callistene laiino pag. 14-15 Cap. XIV Didot, discorre di Nettanebo « qui ( Nectane bus ) » cum, assidente sibi Alexandro, ex arte illa astrica loque- » retur, interpellat puer , et » Heus tu, inquit, istaene, quas stellas appellas, agitant nunc in coelo ibique visuntur? « Et » Nectanebus ita esse respondit. Pergit igitur Alexander: » Pos® » sumne istas videre atque oculis usurpare? Annuit posse. Tem- » pus exigit, vesperam pollicetur. Quae ubi advenerit » comi - » tare, inquit, una mecum ad campestrem locum , easque tibi » in coeli choro lucentes ostendam » Recipit ita sese facturum » velut cupidus puer. Ergo ubi tempus est progressus oppido ,

Le g9iaa Or da ciò, e da quel che leggesi nella sottoposta nota ei par vedere una di quelle novelle, ond’è riccamente ve- stita l'origine Romulea, alle quali faceva allusione quel che già il citato Michelet in una nota alsuo libro dell'incertezza dei primi secoli di Roma, avea osservato, recando ad esempio le metamorfosi di Alessandro Macedone. È sic- come l'età eroica “di Romolo fu il subbietto di canti na- zionali, dai quali gli storici prenderono Vabbrivo ( Eg- ger latini Sermonis Reliquiae p. XII. et sequu. ), si- migliantemente fu fatto dallo Pseudo Callistene con quelli di Alessandro , di cui molti brani sono in esso risparsi. I miti e la poesia de’ popoli primitivi presen- tano le tradizioni di essi, e per lo più sono la vera storia nazionale. Ritengasi pure per invenzione poetica e per ritrovato degli Alessandrini al tempo di Tolomeo,

» dabat Alexandro videre quae cupiverat. Enim non una sedu- litas discenti puero cum magistro. Namque paulatim Alexan- » der ad pracscisam fossam hominem appellens , impulsum im- » proviso praecipitat ; ibique letali ictu cervicis Nectanebus af- » flictus haec est conquestus : mi, inquit, fili, Alexander, quid- » nam hujus facti tibi consilium fuit ? At ille respondit. » Con- » querendum igitur tibi est de arte ista, quam noveras. Quippe » nescius quae te impenderent, humi rimare ea quae coeli sunt.» Ad haec magus: « Equidem , inquit Alexander, laesum me le- » taliter sentio, sed profecto nulli mortalium contra fatum per- » missa est fuga » Tum ille: cur ista inquis? Respondit magus: » olim quippe per hane scientiam videram fatale mihi fore a filio » interfectum iri. Ea igitur praescita non eflugi. Et Alexander: anne ego sum Filius tuus ? Ita esse confitetur , et fabulae reli- quam subserit seriem, tum Aegypti fugam , tum ingressum ad Olympiadem et tractatum et amorem, et quanam arte potitus uxore sit ad similitudinem Dei, Et in his dictis animam cxacstuat. »

x

=> onde riattaccar la dinastia Macedone all’ Egizia, che ho fatto notare poco innanzi nella prima parte, seguendo il parere del Letronne , conviene del pari averne una certa ragione, essendo state cose in parte riconosciute dal medesimo ( Stat. voc. di Memn. p. $S0 ); da Lee- mann (Papyri gr. Mus. Leid. p. 122 et sequ.); da Boeckh ( Maneth. p. 373 ). E Cedreno riferisce ( Necta- nebus ) praestigias quasdam et magicas Aegyptiorum artes exercens , ac futura praedicens , indeque Ph- lippo, et Olympiadi notus , creditus est quarundam praestigiarum ope cum Olympiadé concubuisse, et ex ea Alerandrum genwisse (Hist. Compend. p. 150 Pari- siis 1647.) Così pure Moses chorenensis II, 12; Sincello, Malala, e Muller (Introduct. ad Pseud-Callisthen p. MIX et sequ. Didot.) Quando si ha riguardo alla ragione di coonestare un dominio , come occorse ad Alessandro per l'Egitto, non starassi fluttuante alla diceria di Net- tanebbo (5) di cui rinviensi la simigliante in Romolo per la sua provenienza da Marte, pel quale eeco come esprimesi Livio ( lib. 1. cap. III. ) Vi compressa Ve- stalis cum geminum partum edidisset ( seu rata, seu quia deus auctor culpae honestior erat) Martem incertae stirpis patrem nuncupat. AI che consuona quel che leg- gesi nello Pseudo Callistene latino ( lib. I. e. IX. Didot), quando Filippo apostrofa Olimpia, dicendo « o coniux, patwit vero argumentum divini circa te cultus, vidimus enim deum auxiliantem tibi periclitanti

(5) Dio. Chrysos. Orat. 4. de Regno, nel Dialogo tra Alessan- dro e Diogene, mette in bocca di questo ultimo , che Alessan- dro fosse figlio non legittimo.

Logo quamvis quis is sit nesciam: quippe ut Tovem credas ex aquila, ut Hammonem ex dracone. « E Faustolo e Larenzia, mitici personaggi forse quanto Nettanebbo ( io riguardo qui Nettanebbo non nella storica ragione, nella quale non disconvengo della sua realità , ma nel mitico rapporto con Alessandro in parola ), ebbono l'onore di dare agli uomini simil progenie, accreditata per divina, obbietto di mille interpretazioni , di tanto culto , e di storie svariatissime. Oltreche, nella storia eroica de' ge- melli Romani vedesi lomicidio , non solo di Remo , ma pur quello di Amulio; istessamente in Macedonia, quello di Nettanebbo, e più tardi quello di Filippo , sto- rico padre di Alessandro, per opera di Olimpia forse, e di Pausania. Ma quel che più monta, il luogo di Plu- tarco (in Romul. 2. ) intorno allo spettro apparso a Tarchezio Re di Alba, il presagio fattogli di prole chia- rissima per virtù , valore , e fortuna , ha tale conso- nanza con quel che abbiam veduto per Alessandro , da non far rimanere immaravigliati.

E quali modi furono inoltre tenuti da Romolo , e da Alessandro , l'uno fondando Roma, la Capitale dell’Im- perio della forza, onde fu detta Valentia; l’altra pure alla forza destinata, ma forza del pensiere, per le scienze che vi ebber sede, e Leontopoli appellata (6), ma

(6) Già si è visto con Giunone Argivo , che Alessandria fosse detta LeontoPoLI, quod Leonis signo Olympiadis venter obsignatus fuerit. Ma la origine de nomi de’Luoghi ha tutt’altro fonte; special- mente presso i popoli teocratici nel novero de' quali, pare, doversi includere l’Egizio, perlocchè ‘basta riscontrare qualunque libro per veder fra essi incarnata la potenza sacerdotale, e la ierocrazia la più

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Ra ambe dai lor fondatori più comunemente chiamate, Roma, ed Alessandria, noi lo vedremo. Se egli è sicuro quel che

antica pagana , non ecclissata per volger di secoli, scaduta ne’ varî periodi del dominio straniero, cui tanto fu soggetta la Egizia regione ; e solo scrollata al segno invincibile de Cristiani. Intanto in ogni angolo di essa, non incontrasi città , non un luego , che non ricordi, quale Ammone, quale Serapide, quale Osiride , o Canopo, od Iside. Le antiche città Etrusche d'Italia , che pur da casta sacerdotale e patrizia erano rette, e tanta aflinità si avevano e con la religione Egizia e col loro regime politico ; e dal Mazzocchi, e dall’Iannelli ci son dette spesso nomate e dai loro Dii, e dalla spe- cie di destinazione sociale da esse ricevute dai loro reitori, Qual ma- raviglia pertanto, che Alessandria avesse pur nome di Leontopo- li per li Greci stessi, quando da Manilio impariamo , che in Mace- donia il culto del Leone Nemeo avea luogo*come solare religione ?

» +. . +. Phrygia, Nemeae, potiris,

» Idacae matris famulus , regnoque feroci

» Cappadocum, Armeniaeque iugis : Bithynia dives

» Te colit , et Macetum tellus , quae vicerat orbem »

ASTRONOMICON Iv. , 759.

Qual fede pertanto potrà essere accordata al Giunone argivo, alla Stefano Bizantino, il quale trasse la derivanza di Zeontopoli dal primo ? Qual fede al Leonte scrittor di mitologia ? Ed infine allo stesso racconto del suggello di Olimpia ? Quel che mi peso, e che convincerebbe semprepiù del mistero, di che sapevano i pagani Sacerdoti improntar le cose, si è che Leontopoli fosse il nome sacro di Alessandria, dato dalla casta Sacerdotale , rela- tivo al Leone. Gli Egizii primitivi adoratori di un sol nume, ( nel testo discorrerò a suo luogo su tal punto ) credendo al- l’unità del principio Divino ; per opera de' Sacerdoti mistifica- tori, si abbassarono , fino a diventar ludibrio delle genti, ed alle più schifose superstizioni. I Sacerdoti Egizi , che furono la casta guerriera e ieratica sovrappostasi alla gente antichissima,

ian GR asserisce Festo, Roma avrebbe avuto tal nome (7) da un compagno di Enea ( Pelasgico), ed Alessandria

imposero facilmente il nome di Zeontopoli al luogo, ove fu Ales- sandria, avendo con esso nascosto come in un geroglifico l'o- rigine del nuovo culto solare, che avea oscurato il primitivo. altramente, pare, possa andar spiegato quel che si è narrato della lettera scritta da Alessandro ad Olimpia, se non che, con essa Ales- sandro faceva aperto, l'arcano della Religione Sacerdotale Egizia, il quale consisteva nel riconoscere l’unico principio delle cose in Phià, il Yu/cano, di cui dice Alessandro, il principio Cabirico, adom- brato, e simboleggiato per li volgari, e non iniziati, dal fuoco, dal sole, al quale era sacra Zeontopoli; perciocchè il leone, secondo Ora- pollo (I. 17 ) era simbolo del sole , e valeva splendore e fuoco; e dallo stesso Orapollo (I. 16), il leone a piè del soglio di Oro, qual simbolo del So/e; ed Oro dalle Ore, che sono il Sole ruo- tante. Eliano (lib. 4. c. 39) vuole il leone consacrato dagli Egizii al sole. Sl leone con le tre idrie ( Orapollo 1.20 ), simboleggiava l’inondazione del Nilo , quando il sole rattrovavasi nel segno zo- diacale del leone; e vedremo il Nilo Sole, supremo: nume Egi- ziano. Le ragioni astronomiche ( Guignaut ) che in Egitlo avea- no riattaceate al Leone le idee di acqua , valsero per quelle di fuoco. L'illustre Vico (sapienza poetica ) già disse che su le are formaronsi i primi asili ; e seconde il dottissimo uomo, ri in Si- riaco vuol dir Zeone, e dalla difesa delle are. nelle contese eroi- che , i Greci dissero Marte, da A'pns Epperò vorrei opinare che Leontopoli fosse la Gittà Eroica Egizia; di cui fan ricor- danza i sudetti scriltori da me nominali ; e la qual cosa darebbe maggiore esplicamento al già detto sulla sua origine ieratica E ne ho conferma maggiore, trovando nella description de l'Egy- pie antique (vol. V. pl. 58, 27 ) una medaglia appartenente a Leontopoli in cui evvi guerriero armato di lancia , eoll’el- mo in testa, tipo greco del marte Egizio Ecco perchè nelle medaglie di Alessandria vedesi il leone, e in una medaglia di Alessandro del museo Bodleiano accreditatissima, pure il Leone.

(7) In v. Roma, ARema oppellatam esse CepHaLON Gergiithius,

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da Alessandro di stirpe pur Pelasgica. Combinazioni fortu- nate da far meditare su due grandi sedi, che hanno impe- rato tanto nella civiltà de’ popoli del mondo! Due nomi che fanmi ricordare ad un tempo il sacro , ed incomunica- bile nome di Roma, il cui scuoprimento costò la vita a Va- lerio Sorano, come narra Plinio ($) ; ed il nome eterno di

qui de adventu Aeneae in Italiam videtur conscripsisse, ait, ab homine quodam comile Aeneae.

(8) . . . f'oma ipsa, cujus nomen alterum dicere arcanis cae- rimoniarum nefas habetur , optimaque , et salutari fide abolitum enuntiavit Valerius Soranus , luitque mox poenas. Non alienum videtur inserere hoc loco exemplum religionis antiquae, ob hoc ma- xime silentium instilutae. Namque diva AncERoNA cui sacrificatur a. d. XI. Kalendas. lanuarii , ore obligato obsignatoque simu- lacrum habet. Hist, Nat. II. c. 5., sez. 9. p. 231. Silig.— Qui non è il luogo da esaminare l'arcano del nome di Roma , riman- dando il lettore al Creuzer , Abriss. droem. Antiqq. $. 14 3, al Servio, ad Aen. 1. 277, al Fuss, antiquit. Rom. Lips. 1837; a Macrob. Saturn. 3. IX. p. 285 Londini , luogo importantis- simo, ove di Angerona , di cui Plinio , fassi una divinità con- sigliatrice , che richiama il Dio Conso di Plutarco, Livio etc. Ma del mistero del nome di Roma , io penso doversene cercar ra- gione e nella ieratica influenza , e nell’avvicendarsi de’ coloni che l’abitarono. Vedi Mazzocchi Dissert. Tirreniche sul cambiamento de’ nomi delle Città. Giova forse riflettere a quanto dice il luogo di Plinio, che le origini delle Città erano state, come ho detto di sopra in nota, tutte la più parte teocratiche; e siccome il sistema ieralico era di non manifestare al volgare le vere tradizioni, es- sendo una proprietà della loro casta la sapienza, e le conoscenze, del pari che la religione e il culto ; per sostenere questo privi- leg;o, e dominare il volgo, avvolgevano le origini delle cose nelle ombre del mistero , ed accreditavano come divino , per alluci- nare la sapienza volgare , quel che non era che oggetto sempli- cissimo , e la verità ascondevano fra le simboliche ambagi, e fra

9) Alessandria, datosi dopo l'oracolo di Serapide, solito a dimandarsi sogni, secondo avvisa Strabone (lib. XVI p. $01.), e che ci è chiaro dall'unico luogo del cita- to Pseudo-Callistene (9) E come superiormente sonmi

miti religiosi, dei quali avendo sol essi la chiave, e il segreto, spacciavano al volgo quali misteri incomprensibili, e riservati al- l'ordine loro, dei quali non era lecito a qualunque indagare il senso ; ed imponevasene profondo silenzio , ricovrendo tutto di un velo mistico, che Valerio Sorano fu ardito squarciare, onde ebbe morte. Angerona dunque la consigliera, ossia la Casta Sacerdotale, che aveane preso esempio da quella degli Etrnschi, presso la quale era sacro l'arcano, e il mistero di ogni conoscenza umana, non volendo forse far trapelare la umile origine di Roma, e la sua pochezza primitiva, impose silenzio, onde il popolo non perdesse il prestigio della grandezza della sua derivanza. Il quale silenzio additato da Angerona, la divinità eroica , ossia la casta ieratico guerriera, mi ricorda l'anello con che Alessandro Macedone chiuse la bocca ad Efestione.

(9) « Ad haec Alexandro de urbis perpetuitate quaerenti, et an nominis sui inhaesura appellatio videretur, visus est deus manu sese apprehendisse , ex inque ad editum celsumque admodum mon- tem una duxisse, atque ibidem consistenti » Potesne, ait , 0 for- tissime, molem hanc montis in diversa transducere ? « Negitante Alexandro , addidisse: haec ergo similitudo est ejus scilicet dif- ficultatis, quam de tui nominis mutatione quaesisti. Ut enim na- iurae viribus spes ista deficit, quod mons tantus loco mutari queat, ita possibilitate res caret, inolitum nomen tuum urbi nunc conditae olim posse mutari. Lib. I, Cap. 33 p. 36— 37. Didot. L'Arriano narrando della fondazione di Alessandria al principio del terzo libro della storia del Macedone , nulla dice di quanto abbiamo riportato ; però narra degli augurii favorevoli ricevuti, e degl'indovini ; e principalmente di Aristandro Telmesso. Cnfr. Diodor. sicul. L'iscrizione ALEXANDER REX GENUS IOVIS FE- CISSET , espressa con greche lettere così disposte > WIP

398 -- avvisato ( p. 80), la storia de’ popoli primitivi spesso va tramandata da’ poemi, e canti nazionali; e i popoli ( Vico scienza nuova ) si fondarono con le leggi, e le leggi appo tutti furono in versi dettate, e le prime cose de’ popoli pure in versi si conservarono; e Nevio , poi Ennio scrissero le guerre Carteginesi in verso eroico : Livio Andronico, la Romanide , o le guerre degli antichi Romani , credo, che il sogno dell'oracolo di Serapide facesse parte di qualcuno di simiglianti poemi Alessan- drini; dei quali non scarse rimembranze troviamo nel ci- tato mitico storico, al che mi confermano i versi che leg- gonsi nel capitolo 33 del Codice lalino, e greco, in cui son pure rimarchevoli questi altri e le cose poeti- che, delle quali dirò a poch’altro.

Urbs vero quam nunc erigis mundi decus Nitoris urguet , cunctis exoptabilis

Sacclis , virescens temporum recursibus Unaque semper fulta beatitudine

Freqnens deorum templis atque numine. etc.

Ora per render ragione eziandio dell’arcano del nome, di Roma e della varietà di esso, piacemi dire, che Remu- rea fosse stata appellata, quando l'antico culto di Satur- no avea in essa luogo per opera, forse de Camitici , ado- ratori di un Dio Ctonio, nascosto, sotterraneo, del quale rende ragione il Conso rinvenuto da Romolo nel suo recinto, e che ricordar può i coloni venuti per

vuolsi dal Mai nel suo G. Valerio, apposta da mano recente nel codice. Vedi Pseudo Callistene Gr. lat. 1. lib, I, cap XXXII. Didot p, 34-35.

«2 97 mare dal Nilo ; ove chi non conosce il Libico Nettuno, dal quale con Listanasse, figlia d'Epafo, 0 Amippe, figlia del Nilo, Busiride; e Nettuno, l’istesso che Saturno che die- degli vita insieme a Nephtys sua sorella? (Guignaut op. cit. p. 848, 849.); e Valentia, accennante alla gente Pelasgica, alla quale apparteneva Romolo , con cui il culto di Giove, onde la pugna simboleggiata ne’ due gemelli, avvisante all'urto de’ due popoli, l'antico stan- ziante, e il sopravvenuto trionfatore. Ed ecco l'arcano forse del misterioso dire di Plutarco, tacente siffatti avve- nimenti. Ma più che tutto sembrami necessario il dire della lotta de due principî, de’ due culti, delle due gen- ti, che li difendono ciascuno alla sua volta ; del pa- iriziato , e della plebe , che figurano i primi e 1 se- condi venuti, che battagliano per preminenza di diritti, e di ciò che vi è di più caro al mondo, la religione, e la vita sociale , lotta ben simboleggiata dal sommo epico latino, gran conoscitore delle Italiche antichissime vicen- de, nelle due potenti Divinità Giunone, personificazione della patrizia, od eroica gente; e quindi il nome di Ero s avuto da Roma; e Venere personificazione della plebea, la Dea da cui Valentia, forza, valore, onde la vittoria, e ia venere victrix, che incatena il cielo e la terra, co- me si ha presso Varrone ; perciocchè Venere si disse

Nata salo suscepta solo , patre edita coelo, (10) (10) Poetae de coelo quod semen igneum cecidisse dicunt in

mare ac natam e spumis venerem, coniunctio ignis et humoris quam habet vim significant esse Veneris, VARRO V. p. 24 MuLrrer.

= a E dalla vittoria (11); chè il culto de’ primi abitatori non resta mai vinto del tutto dal nuovo sovrapposto, ap- paciamento, conciliazione, corona della vittoria e del trionfo, forse Roma, Amor, la pace, e l'unione de’ due popoli, delle due genti battaglianti , 1 quali av- venimenti, mistificati dalla casta più veggente, accorta, e pronta ad avvolger tutto, per essere padrona di tut- to, vennero rinchiusi in simbolici nomi, conosciuti da chi aveane solla chiave. Povero Sorano morto per aver discoperto il vero celato a ignare menti!

Ma se per avventura, sembrasse poco plausibile lo stanziamento di una gente di razza camitica sul Tevere, non dovrà d’altronde parere strana la riflessione , che la gente sicula avesse fra i primi coloni stanziato a Ro- ma, venendo dalle parti settentrionali dell’attuale Regno di Napoli, ed appartenente alla prodigiosa e moltiforme stirpe Pelasgica, trasnatante il mar superiore ( lAdria- tico ), e che fossesi diffusa a poco a poco, incalzata da nuovi avventori, nelle parti montane appenniniche sino alle sponde dell’Albula Laziale (Tevere ). Ove unissi per affinità di religione, di costumi e di derivanza alla sabel- Tica la più portentosa, e prolifica Pelasgica , che sovrap- ponendosi nei colli di Roma ai siculi ivi dimoranti, diede esempio magnifico di grandi propagamenti di colonie, ed istituendo culti, con felrica, e arcana religione stabilì quello del Pico marzio ( Picquier martier delle Tavole Eugubine), il Giove-Marte; poichè il Suida (Lex. t. 1. p. 643.) vuole Giove l'istesso che Pico. Or de’ due popoli,

(11) Zpsa victoria ab eo, quod superati vinciuntur . . . Tel- lus enim quod prima vincta Coelo, victoria ex eo; idem ibid.

it Siculo, adoratore delle ctonie Divinità, delle forze in- terne della natura , onde il serpente nell’oracolo di Pico a Tiora; e il Sabino delle celesti, sicchè Giove-Marte, ed il picchio lor simbolo solare , innestaronsi i due culti nel cielo Romano con prevalenza dell’elemento sabinico, come fece chiaro Virgilio con quel data Roma Sabinis. E tale elemento Sabinico tanto più dovea aver prevalenza in quanto che venendo da gente lesmofora, ieratica , guer- riera, e di genio cosmopolitico, uscita o dell'Iran, o dalla Sophene in Assiria, incivilendo la più parte de’ popoli, non escluso l'istesso Egitto, dominato da Camitica gen- te, introdusse pure in Roma un culto religioso severo , e consono alla casta sacerdotale, della quale Ang e- rona, ola Divimtà eroica, la Giunone argiva, e Pe- lasgica era la consigliatrice; e poichè telrica, a fede degli storici, era la natura della profonda religione dei Sabini, anche profondo , ascoso, e misterioso il no- me di Roma assoggettata ad essi. E qui uopo è ricor- darsi, che Cere, Pelasgica , e sacra Città, avea ar- cano commercio con Roma; e questa, sacerdotale e guer- riera ; quella, depositaria delle più sante cose , finchè Roma fatta grande per le combinazioni delle due genti, cui più tardi si aggiunse altro elemento, l’Etrusco, pur Pelasgico ( Iannelli tentam. in Hetr. Inscript. ), assunse potenza , e fu aperto il significato del suo nome.

Questa Roma, la cui derivanza Pelasgica ben nota , mettevala fin dalla sua prima origine nell’uniformità dei costumi e delle idee Pelasgo-Greche, e quindi della Mace-

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donia (12), imitolla pur tanto ; 0 meglio altramente , gli Storici Romani conformaronsi nel dire delle Romane cose a tutto quello che sapesse di Greco. Roma, adunque, ricorderò nuovamente , ebbe 1 canti nazionali, i suoi eroici poemi. Dionisio d'Alicarnasso fa menzione di an- tiche poesie, parlando di Romolo e di Remo (13). Che altro che un poema eroico il ratto delle Sabine, il dramma di Curzio , e molti altri fino al famoso as- sedio di Vejo? intorno al quale conviene che rimandi il lettore al Niebhur. Tali cose poetiche vedonsi a capello miniate per l'età di Alessandro, come ora ve- dremo. La poca critica degli storici Greci e Romani fidlando troppo ne’ canti entusiastici dell'uno e del- l’altro popolo , personificando troppo ; la religione di- ventò storia ; e questa romanzo ; e tanto grande Ales- sandro, dice il Michelet, era parso, che ognuno correva a furia nell’ attribuire ad onore di singoli uomini, tutto che una sana critica avrebbe spiegato, mercè della per- sonificazione di un popolo ( St. Rom. lib. I c. 6. )

Su questo sistema Greco-Romano , la favola di Net- tanebbo, la distruzione di Tebe, i giuochi di Corinto, i sogni di Alessandro, il viaggio alla palude Meotide ; la spedizione Italiana ; la visita e descrizione delle

(12) Enea, secondo Livio, pria che in Italia, recossi in Macedo- nia. Non è qui d'uopo riandare alle idee di differenza tra |’ er- ralico, o il mitico Eroe di tal nome ; personificazione di una certa gente Pelasgica ; perchè per moderne discettazioni su tal personaggio, non è a dubitarsi, che l'Enea che recossi in Mare- donia sia il mitico , e il colonizzatore di moltissime Città del- l'Elliria, della Macedonia, di Italia, identico al fondatore delle

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Amazzoni; il duello di Alessandro con Poro ; il pianto del Bucefalo, e il suo risorgimento; l'uccisione che que- sto fa dell’avvelenatore del suo padrone ; che la fantasia di qualche Arabo Alessandrino foggiò a dilettanza de’ To- lomei, come Diocle di Peparete, Livio, Dionigi d'Alicarnasso per li Romani, non hanno che una mutua e troppo comune parentela. Non già che io pre- tenda esser trascinato al più fiero scetticismo storico eon Beaufort, e con tutta la schiera de critici dell’ in- certezza storica delle epoche eroiche; ma son per- suaso , che molto di mitico , di favoloso e di poetico debbe riconoscersi in siffatte età e ne’ suoi racconti; e ben disse Plutarco nel parallelo di Romolo e Teseo « tam illud contingat nobis ut rationis ope purgata fabula sese submittat et lstoriae capiat imaginem».

Tratto da questi riscontri al ravvicinamento di Ales- sandro e di Romolo , non debbo intieramente confon- dere le due età, e il grado di civiltà de due popoli , su i quali 1 due Eroi imperarono ; perocchè è mestieri considerarli più specialmente nel genio fondatore di nuovi Imperi, di nuove Città, e vederli paragonati per Ales- sandria , e per Ioma , e pel carattere loro. Pertanto nell’uno e nell'altro Eroe, e nella fondazione dell’una, e dell'altra, vi hanno tali convenienze, che non è fa-

Colonie nell’agro latino. Vedi A/ausen Aeneas und die Penaten Corcia storia del Regno di Napoli, ed altri.

(13) Il Zazicano serba ancora la memoria de’ vati col suo no- me, e de'padri Fauniti. Pico, Fauno, Carmenta, o Canente, rive- lansi troppo sotto questo aspelto poetico. Le diverse opere del nostro Vico riboccano di dottissime osservazioni su tal riguardo.

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cile rinunziarvi; ed io cercherò rintracciarle alquanto mi- nutamente, prendendone il discorso da Alessandria, la quale ebbe pur nome di Roma, come hassi da Zoega (Numm. Aegypt. p. 4-2; e negli addend. p. 393), e co- me piùtardi avvenne per Costantinopoli. E tanta la sua eccellenza, secondo Vico ( stabilimento de’ principî ) , che come Atene, ’Asv, Urbs Roma, Alessandria ma- dre delle scienze, fu detta aedhes.

Or siccome i miei ragionamenti riassumonsi nelle cre- denze religiose degli Egizî , e nelle lor vicende , balenate dallo Pseudo-Callistene in questi versi sul prodigioso so- gno di Alessandro in colloquio con Ammone, dicente :

Haec tibi, rex, Phoebi lunatis cornibus edo: Nomen si pergas aevo celebrare perenni,

Urbs tibi condenda est, qua stat Proteia tellus, Praesidet et Numen , cui Dite potentius ipso Vertice quinqueiugo rerum secreta gubernans.

così ne traccerò un quadro, per quanto è a me possibile, e ristretto.

Dai citati versi, dai varì codici Greco-latini dello Pseudo-Callistene, da Strabone ed altri scrittori, può per avventura darsi delle spiegazioni , e delle diluci- dazioni intorno ad Alessandria , e concordare le diverse cose religiose, cui rispondono le autorità sulle Divinità Egizie , e su i lor monumenti, e su i diversi popoli che abitarono quel paese. È fuor di dubbio, che diverse genti presero il dominio di Egilto: e forse più che da ogni altra, fu abitato dagli Etiopi, camitici e tro- gloditici. Alessandria , quando di essa non esisteva che la vecchia Racoti, corrispondente , se non m'in-

1039 ganno con vart scrittori, al luogo che abbiamo detto Taposiri, in cui furono mandati ad abitare in tem- pi più antichi gl'indigeni per le insolenti pretensioni, come narra Strabone ( lib. XVII. ) de’ predatori Greci, che occuparono il suolo prossimo al mare dai naturali ce- duto, avea ricevuto pur essa 1 Camitici Etiopi, e le loro trogloditiche escavazioni; al che può alludere il mito del sepolero di Osiride , indicante lorigine dell’architettura Egiziana, nata nelle grotte sepolcrali. Oltre che, l’o- racolo di sopra menzionato ce ne fa fede per Proteo, Etiope secondo alcuni , ci è manifesto eziandio dai codici dello Pseudo-Callistene , ove leggesi il suo sepolcro rin- venuto in Faro (14), per lo quale Alessandro comandò la

(14) L'espressione di Proteia Tellus neli’addotto oracolo dallo Pseudo-Callistene, rischiara l’incerta narrazione del viaggio del ter- zo rapitore ( Paride ) di Elena (vedi le annotazioni di Schewei- ghaeuser ad Erodoto lib. 1I. p. 222 e seg. ); e pare convincere, che il violatore dell'ospitalità Lacedemone avessela recata nel do:ni- nio di Proteo , che abitava in Faro d'Alessandria d'Egitto ( Tzetze hist. 44. chil. 2, ). Ivi approdando la nave, fu, la donna che recò tante angosce , ritenuta da Proteo , che a quel tempo regnava in Egitto qnal successore di Sesostri, o Ramesse il grande, apparte- nente alla XIX Dinastia Tebana, e vivente v. il 1280 av. G. C., per quanto le ultime cronologie han potuto rischiarare, se pure non appartenga, in tanta incertezza storica, ad una personifica- zione dell’arte trasformata , ed ai culti battaglianti in quel tem- po. Noi abbiam notato di sopra il culto ctonio di Proteo ; ed ora rincontriamo in Boccaccio la caverna di lui in Faro. Ma tutto quello che si ha da Erodoto, e da Diodoro, dopo Sesostri, dice Guigniaut (op. cit. p- 786-787 ), pare mitico, e vi si rinvengono racconti allegorici. È il tempo in cui le dinastie si cangiano, e si succedono; i Greci sono già in comunicanza con

104 ricostruzione di esso, riformandolo , e la somma venera- zione in che dovesse esser tenuto. Dippiù dall'aver avuto

gli Egizi, cui allude forse il viaggio di Paride ed Elena ; ed è l'età delle piramidi, che sarebbero espressione di nuova specie di co- struzioni. Svolgendosi Egitto dalla sua ristrettezza , appare la significante moltiplicità delle sue relazioni con l'Etiopia, con la Siria, e con quasi tutte le nazioni. L'aspetto suo fassi poligo- nale, e tutta questa età da Proteo sarebbe probabilmente simbo- leggiata. A questo Proteo sembra identico il Thouris vivente nel- l’an. del m. 4319; lo stesso che Polybus marito di Alcandra, ri- cordato da Omero nell'Odissea , presso cui rifugiossi Menelao con Elena, contemporaneo dell’Assedio di Troia ( Chronograph. G. Syncell. p. 320 edit. Niebhur. ) Or chi non conosce quanto siasi scritto su tal personaggio, di cui avvene uno appartenente tutto alla favola? Bastami, seguendo il Licofrone ( Cassandra Cant. I. v. 115 e segu.), e l' Hoffmann ( Lexic. alla y. Proteus ) fare le seguenti riflessioni. Proteo, qual figlio di Nettuno, e marito di Torona, figlia di quel Dio, e dalla quale la Città di Torona in Macedonia; e come viaggiatore pervenuto in Tracia, ove ricorda le spedizioni e le re- lazioni di Sesostri il grande , esprimerebbe il commercio marino , le arti di quell'epoca in Egitto , e la esistenza di un porto in Faro, ove fu poi Alessandria. L'abbandono che ivi fa de’ suoi figli Tmolo, e Telegono , per essere troppo crudeli verso i fo- restieri; l’impetrito ritorno in Egitto dal suo padre Nettuno per una via sottomarina , accennerebbero all'orrore per le crudeltà de’ barbari non del tutto inciviliti ; alla navigazione ne' mari pro- fondi, ed alla ricchezza di essa protetta da Nettuno , il mare. Inoltre i campi Flegrei in Tracia avvisarebbono alle guerre di reli- gioni e di culti delle vecchie e delle nuove genti; de' figli della terra, e de’ Numi celesti; mentre la leggenda di Ercole uecisore de' suoi figli, direbbe lo scopo de’ due personaggi d'incivilire i popoli, opera- to il quale si ritorna alla patria antica, donde è partita laciviltà. La sua giustizia infine antonomaslica, la mitezza de’ costumi, l'imper- turbabilità, formano l'ideale di codesta epoca , e l'onore del vecchio suolo Alessandrino; epperò l'impegno di Alessandro di sugellare la

105 Alessandria il suo Serapèo in Racoti, e dall’aver sentito nello stesso Biografo, e in altri scrittori, come Aléssan- dria fosse tutta vuota al di sotto , e nel Serapeo l’im- magine del vecchio Serapide, son tratto alle seguenti riflessioni, la prima delle quali cade appunto su que- sta tanto parlata Divinità. Ora è a risapersi, ed è troppo noto, che i Tesmofori sacerdoti di Egitto non riconosces- sero che l’unità di Dio, da che troviamo la celebre iscri- zione « Io sono quello ch'è, fu, sarà »; e vien confirmato da Plutarco ; unità voluta da Porfirio , Proclo, Giambli- co; e da Aristide ( Orat. in Serapim t. I. p. 94 e 95. P. Stephani 1604 ) fatto chiarissimo. Passarono indi , per amalgamare il culto brutale del volgo (di questo, che avea pur esso due branche di credenti , dividendosi negl'ini- ziati, e non iniziati : i non iniziati adoravano il sole, gli astri etc. ; mentre gl’ iniziali ai misteri riconosce- vano , che l'autore della natura avesse tratto il tutto dal nulla ( Savary op. cit. p. 107. e seg.) , conser- vando qualche parte delle patriarcali tradizioni , ed a- vendo avuto strette relazioni col popolo eletto, dal quale aveano potuto attingere alcuni principì di vero ), pas- sarono dico, alla riconoscenza della Triade negli attributi della unica Divinità, ma attributi fisici e di forze seconde , e che fu varia a piacimento delle genti dominatrici ; sicchè prevalendo Tebe, famosa Città, prevalsero Iside Osiride ed Oro, ciascun Nume con propri attributi, nella cui mistifi- cazione vedesi, direi, la Storia Egiziana. Ad essa venne

memoria di questo vecchio Monarca , anche ideale, il quale avea ia Macedonia arrecata la fiaccola dell'incivilimento , e di ringiovanirne

la forza nella nuova Faro presso Alessandria da Iui fondata.

106 dietro la Religione di. Serapide , il quale dapprima era in forma di Canobo , già famoso per la sua ctonia natura, simboleggiata dal vaso , del che avrò campo ricordare altre cose a suo luogo ; del pari che la po- tenza Inferna, come i citati versi, e gli altri molteplici monumenti, ed autorità assicurano ; quindi ingentilissi , e cominciollo , vorrei, non al tempo di Tolomeo; ma come ci rischiarano lo Pseudo-Callistene , ed altri scrit- tori di questo più accreditati , al tempo dello stesso Ales- sandro , anzi, siccome la pensa il Mai, innanzi Alessandro istesso. Ma ora, dimanderò, chi fosse questo Serapide che vedremo assistere Alessandro nella fondazione della Ciltà del suo nome? Il dottissimo Macrobio ce ne notizia ( Saturn. 1. 20) , riferendo l’oracolo seguente implorato da Nicocreonte Re di Cipro, per conoscere della sua natura

ziuì Ye0s rotos de paSely , * tro ciro Ovpdyios udouos uepudij, yaotiip de Sadacca Tata por modes eroi, D dx ty atrepi noîtat Oppd re miavyes Mapaspoy Qdos riedioto

cioè «Io vi dirò qual Dio sono: date ascolto. La volta de’ cieli è la mia testa, mio ventre il mare: i miei piedi sono la terra ; le orecchie nelle regioni dell’etere, l'occhio mio è la splendida face del sole , che brilla da lungi». E meglio al mio proposito fa buon viso dell’istesso Macro- bio poco innanzi citato, quant'altro soggiunge , e che tra- scrivo « Eidem Aegypto adjacens civitas, quae condilorem » Alexandrum Macedonem gloriatur, Sarapin atque Isin » cultu paene attonitae venerationis observat : omnem » tamen illam venerationem Soli ( abbiam visto nomato

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» il Sole nell’oracolo nello Pseudo-Callistene ) se sub » illius nomine testatur impendere, vel dum calathum » capiti ejus infingunt , vel dum simulacro signum tri- » cipilis animantis adjungunt ; quod exprimit medio eo- » dem maximo capite Leonis efligiem dextera parte ca- » put canis exoritur mansueta specie blandienlis; pars » vero laeva cervicis rapacis lupi capite finitur; easque » formas animalium draco connectit volumine suo ca- » pite redeunte ad dei dexteram qua compescitur mon- » strum » (Saturnal. 1. 20 in fine ).

Qual prò adunque da siffatte cose ? Il trovare dap- prima, che Alessandro fondando Alessandria riconosce le Divinità dell'Egitto , e le modifica nel senso greco , co- m'erasi fatto dagli altri stranieri anteriori a lui ; ne scen- de poi l'uniformità del racconto dell'unico forse e mi- glior narratore delle cose del Macedone in Alessandria, lo Pseudo-Callistene , o chi in suo nome. Siegue inol- tre, che il modo com'è descritto Serapide da Macrobio, ragione delle diverse dominazioni anche della terra Alessandrina, dell’arte di costruire, e della sua diversità. Intanto per Proteo, la dominazione di Etiopia, e le co- struzioni sotterranee, e il Serapide Infero, Ctonio, onde il Serpente terribile nascosto, che sorte al comin- ciarsi la costruzione di Alessandria. Osservo il passaggio alle costruzioni a cielo aperto , e al culto celeste, nella rie- dificazione del Sepolcro di Proteo per ordine di Alessandro, nella venerazione, e dedicazione al Dio sole, come dal det- to oracolo, e dalla narrazione della visione di Alessandro istesso de’ cinque colli, uno de’ quali detto del Sole. Da ciò il manifesto modo da far vedere, che il gusto, e il ge-

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nio camitico, e trogloditico finiva, per dar luogo al nuovo tempio, del quale è discorso nei varì codici dello Pseudo- Callistene ripetuto. La menzione delle dodici regioni no- minate nello stesso, assumerebbe l'idea de’ 12 se- gni del zodiaco , epperò avviserebbero al culto solare, di cui Serapide, il novello Dio succeduto all’invec- chiato Canopo, edall'Osiride già morto, è il tipo, come abbiam osservato con Macrobio. Alessandro adun- que porta un cangiamento su ciò nella Religione Egi- zia; e (Giove e Giunone compariscono non più alla vec- chia maniera. Giunone non è più la compagna del P1u- tone Infernale, ( Goulianoff' Arch. Egiz. t. II. p. 279.) ma del Serapide-Giove; lo stesso che Giove Ammone, il Supremo Dio della Luce. Ma innanzi che io renda qualche spiegazione del Drago apparso, nel- la fondazione d'Alessandria, e della sua convenienza con Serapide, Giove, Ammone , voglio redire al simulacro di Serapide, quale stato dipinto da Macrobio te- stè riportato, per trarmi a probabili applicazioni per Ales- sandria.

Or bene, il mostro associato alla statua di quel Nu- me, essendo simbolo di tre culti di lui riconosciuti, ed avendo una testa di Leone , da questo segno ricono- scesi il nome di Alessandria, detta, come si è osservato, Leontopoli, altramente il suggello, onde Olimpia ebbe segnato il suo ventre, può essere svolto dal suo mito, se non riattaccando il culto di Serapide, il Dio Forte, ad Alessandro, da cui Alessandria, e da Licofrone detto Leon Tesproto. Il Leone, secondo Macrobio, indica la forza del tempo presente; e la forza quindi , e la

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stabilità del dominio d’Alessandro. Egli fonda un im- pero con Alessandria; quia conditio ejus , lo stesso Macrobio , inter praeteritum fulurumque actu prae- senti valida fercensque est; cui cede il passato, ch'è simboleggiato dal lupo rapace, che tulto cancella e manda ad oblio; cioè l'antico culto Etiopico ctonio; men- tre la testa del cane , blandientis effigies , futuri tem- poris designat eventum. Vedremo le dotte osserva- zioni del Creuzer a suo luogo intorno a Diogene ed Alessandro , lieti riguardantisi quali supero, ed infero Nume, Serapide; ed al cane che va associato al dolio , entro il quale era allogato Diogene, come Cionio Dio; mentre al di fuori, Alessandro è in atto di percorrere tutta la terra quall’altro Dioniso. Epperò il novello culto, e il suo solare significato e pel leone , e pel cane , ve- donsi in Alessandria introdotti, rigettato l'antico pel lupo. E quasi che volesse dimostrarsi, che lo Ctonio Nume è caduto nell'oblio nella botte di Diogene, vedesi il cane al di sopra di essa, come a spiare il futuro. Che viene pur confermato dallo stesso Macrobio dicendo del calato su la lesta di Serapide, il quale avvisa ad un culto celeste, più puro, scopo certamente di Alessandro pieno delle idee di Platone , di Aristotele , volgenti a derisione le molti- plici, ed infinite varietà degli Dei, dal che tanta influenza nel reggimento de’ popoli. Ora faccio ritorno al Serpente.

Alessandria veniva designata alla confluenza del Nilo vicino al Libico , ed al Mediterraneo mare , e nella idea di sorger fertile di commercio e di abbondanza. Il mitico racconto pertanto del Serpente apparso , ci fa sovvenire quanto scrisse [ablonski sul'Agatodemone,

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o Cneph, 0 Cnouph, che valgono secondo lu buor genio, e buon Dio, adombranti alla fertilezza. Anzi secondo Eusebio ( Praepar. Evang. p. 42. ), i ser- penti Deorum maximos esse, rerumque ommium prin- cipes et moderatores (15). Il Nilo, immagine sensi- bile di Ammone-Cnouph, portava ne miti il nome di Agatodemone, identico a quello di Gnouph (416), il Deus effundens di Champollion. E secondo Orap ollo, e Giamblico, il Serpente simboleggiava l'Onnipotente di questo Mondo, perchè apud ipsos ( Aegyptios ) totum mundum permeans est spiritus. Inoltre per le idee di Champollion, Cnèph, Cnuph, Cnub, Chnumi, Am- mone-Cnuf, Ammone-Cnub , V essere increato , l'ani-

(15) Il luogo dello Pseudo-Callistene (greco ) lib. 1. c. XXXIT. Cod. A. p. 35 Didot. ) aa? Tn Aaéoyres Entrporiy mapaye- youtyov zov Onpòs natà zîis viv usdovsivns Zrods , cioè luque uuviler fuilunt Uppressurgue co Ci CSI 410C0, UOL NUNC Sroam cocant; rende più chiaro quello di Euseb0, al che cor- risponde quel che dice il Letronne, intorno alla paroli Srorgstoy, Ja quale significa nel senso radicale , principio costitutuo delle cose, parola che Platone il primo prese nel senso filosofico di clemerto naturale (la terra, l'aria , il fuoco, e l'acqua ) nel So- fista, e nel 7eeleto , con l'accezione generiea dell'elemento co- stitutivo di qualsiasi cosa Anche Luciano, Amor. p. 887 l'in- îese nello stesso modo , come pure Empedocle presso Plutarco de placitis Philosoph. 878. Ovapolio { I., I. ) nello stesso senso pur l'adopera parlando del /empo simboleggiato dal So/e, e dalla Zuna, immagini dell'eternità, supremo principio, ed elemento delle cose, di cui è geroglifico il Serpente, che secondo Boe- zio, è il Yempo infinito. Importante adunque è il luogo dello Pseu- do-Callistene, riportandoci alla scienza degli Egiztî, abbastanza oscura, ed arcana.

(16) Goulianoft 3.me Parlie p. 342,

lil—- ma universale ; il Jovis omnia plena di Platone rap- presentato simbolicamente sotto la forma di Serpente, è l’Agatodemone. Laonde tolgo per migliori rav- vicinamenti con quel che abbiamo osservato sul cam- biamento nella religione Alessandrina, quel che ha osservato il Goulianoff intorno a Giove e Giunone ; i quali (op. cit. II. part. 266) suonano Etere, identici ad Ammone Chnoub , ad Ammone-Hnef , lo Zeys de’ Greci, il Giove de'Romani; e Giunone la Sai Egizia (17), tutti immagini e figli del Sole. Insomma tutte per- sonificazioni di esso, il gran Demiurgo degli Egi- zîì (18). E poichè il Sole compie i suoi giri , levan-

(17) Guigniaut not. du liv. 3.me p. 889. de la Symbolique— L'istessa che Yesta era la Neith, o l'etere superiore ( anouke in Egizio ) secondo Goerres.

(18) Goulianoff op. cit. T. 3.me p., 318; Confr. Savary (op.cit.), il quale espone il sistema teologico Egiziano in un modo abbastanza chiaro , riducendo ad un principio la loro religione, cioè a Phtà, in Cotto, ordinatore del caos, o Athor , il principio passivo, giusta Iablonski (lib. 1. ), Yenere, l'Amore; il primo cioè Phtà, detto Vulcano dai Greci ; il perchè Alessandro disse Vulcano il primo e sommo nume degli Egizî, scrivendo ad Olimpia. ( vedi Arnobio, S. Cipriano, e le difese di questo sul conto della lettera in Baluzio). Il quale come potenza attiva esplicandosi con saviezza con ecce/- lenza; ne vennero la Neith, e Chnef, rappresentato dal serpente. In Egitto adunque un principio, quando non voglia ammettersi quel fatale dualismo, proprio degli orientali sviati dalle prime rive- lazioni ; dappoi più sviate dal riconoscere non più il principio , ma le conseguenze di esso; e specialmente nel sole, nel vario suo e diutnrno apparimento e nascondimento, ende nel secondo ciclo, Osiripe, che dissesi AmenFI; Nico; SERAPIDE, e questo celeste o inferno, e Crono 0 CaNoPO MISURATORE DEL TEMPO ai quali è conveniente l'emblema del Serpente il quale significava il tem-

112 - dosi ed occultandosi, le sue personificazioni, fra le quali ancor quelle di Bacco, ed Osiride, doveano fingere, e rispondere miticamente a questo moto diuturno e be- nefico. Ma noi abbiam veduto per l'autorità di sopra stabilita, che Serapide è il Sole, e Serapide lo stesso Nume Ctonio, e Supero ad un tempo, a se- conda dei culti, od ombratici Etiopici, o celesti de’ Tesmo- fori Giapetico-Semitici, identico pertanto al Giove som- mo, ad Osiride , a Bacco etc. e però identico a Chnef, Gnuf etc. degli Egizii, e questi simboleggiati dal Ser- pente ; quindi il gran Serpente chiamato Agatodemo- ne, sorto al cominciarsi della costruzione di Alessan- dria, era Serapide, che vedeva di mal incuore una nuova dominazione ; ossia il vecchio e il nuovo culto lot- tanti, mentre se credasi agli argomenti del Goulianoff, Serapide, Canobo, ed Osiride non sono che un sol per- sonaggio e tutte Divinità benefaltrici, e significanti tu- tela (49), ed identificate a Pluto ne; la qual cosa mette

po, ma indivisibile, ed immutabile; e significava vita, Divinità, eternità , quindi il principio delle cose, che si è veduto stabilito. in Cneph, Giove-Ammone ( Guigniant p. 952. ).

(19) « Nous devons rappeler maintenant que chez les Egyptiens Osiris, Serapis et Canobe etaient un seul et mème personnage, et que l’antiquité les identifiait avec P/uton des grecs.(Arch. Egypt. 2. part. 329-330). Ampiamente vedonsi trattate siffatte cose nella Simbolica di Creuzer e Guigniaut. vedi p. 818, 819 t. I. par. HI. E sopra tutto credo consultablle Cannegieter (de gemma Bentinckiana ), secondo il quale, il Serapide Egizio è l'arbitro, e il Governatore del cielo, della terra, e degl’inferi; il Giove Som- mo, non volgare ; il Dio del passato, del presente e del futuro. E parmi faccia molto a proposito l'Oracolo di Apollo ; cioè Se- ropis unus Jupiter, unus Pluto, unus Sol. Im, Ibid.

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più in chiaro l'identità de’ personaggi, variamente intesi,‘ secondo le genti da cui erano venerati. Ecco, come po- tremo trovare eziandio una esplicazione del detto Ser- pente Agatodemone, e del tempio in cui il simulacro di Serapide, con la donna veneranda, cioè la Sati Egizia, che viene dal Si, o Sati equivalente di Ser- pente, figlia del Sole, come abbiam visto, dacchè Satè , è splendere, flammeus esse , splendor, flam- ma, ignis ( Goulianoff p. 279 op. cit. t. 2. ). Ecco puranche perchè troviamo rammentati vicino al simula- ero di Serapide gli obelischi , che stabiliscono l'identità di questo Nume con Ammone il Giove-Sole degli Egizii, essendo essi (Iablonski Proleg. al Panth. p. 81. ) con- sacrati al Sole. Ed ecco infine come sarebbe spiegato il simulacro di Serapide in un tempio , che dissero gli abitatori del luogo, per tradizione ricevuta, appartenere a Giove e Giunone (20).

Or venendo a Racoti ; ivi era il Tempio di Sera- pide e d'Iside ( Tacito Hist. IV. c. 84 ), ove dappoi fu collocato il simulacro di Serapide Pontico, pel quale fu bisogno d'interpreti e conoscitori religiosi per sapere della natura del nume, che era incerta ; che Tolomeo, o per voluto sogno o per quella scaltrezza, onde ado- perasi la politica , avea fatto venir di Sinope , come dal detto Tacito al luogo citato. Che il nume di Si- nope fosse l’istesso che il Serapide adorato a Racoti, e da Clemente Alessandrino , e da Plutarco, e da Ta- cito, e da quasi tutti gli scrittori, è facile il conoscerlo;

(20) Vedi G. Valerio lib. 1. XXXI. Mai, e Pscudo Callistene greco , e lat. del Didot.

114 del pari che la Dea che a quello vicina osservasi , la Giunone , 0 Iside, che abbiam visto suora di Plu- tone ; la Proserpina de’ Greci.

Forse innanzi che Alessandro avesse ampliata, e ren- duta migliore la più bella Città del mondo , come os- serva Ammiano Marcellino , Alessandria esisteva, sotto altro nome ; e spartita a seconda delle denominazioni di contrade e di luoghi che leggiamo nelle sue descri- zioni (21): e sembrami convincentissima la testimonianza di Pausania. ( lib. IV. 21.) Alexandria nequidem in Canopico Nili ostio Alexander Philippi filius condi- dit: fuisse tamen et ante non magnum eodem in loco Aegyptiorum oppidum Rhacotin, memoriae prodi- tum est. Non potrebbe per avventura Racoti ricordare il Rathotis, o Athoris della XVIII dinastia, secondo Manetone , cioè il famoso Busiride de’ miti Greci , co- me dalla celebre iscrizione di Abido, in cui apparisce Rathotis fratello di Ramsé 1; da cui fosse stata fon- data? Il Leggitore abbia di questa congettura quel conto che più gli piaccia.

Pare altresì chiarissimo, che la parte di Alessandria chiamata Rhacotis, fosse la più antica, anzi come ho notato con Giasone Argivo ( Fragm. hist. Graec. rer. Alex. Mag. Didot. ) Alessandria fu chiamata anche Rha- cotis, come vien confermato da Strabone nel luogo riportato , e da quello di Pausania. Pure il Langlés

(21) Strab. lib. XVII. Ionson. Ecco quel che dice « atque iis, ( Graecis ) habitandam dederunt eam, quae RiaAcoTis appellaha- tur, ea nunc Alessandriae pars est, navalibus imminens ; tune vicus erat. »

[5 dice aver esistito questa istessa Città sotto il nome di Racoudah, molto prima dell'arrivo dei Greci, i qua- li non fecero che mutarne il nome in quello di Rha- cotis; della quale cosa danno maggior convincimento le catacombe , di cui è parola ne’ codici dello Pseudo- Callistene , sotto il nome di Cloache ; ed Irzio ( de bell. Alex. c. V. ) dice « Alexandria est fere tota sul fossa, specusque habet etc. ». Le istesse cose riferisce Clarke , Travels ; vol HI; p. 179, 289 presso Gui- gniaut note al 3. libro della simbolica p. 766; e il dotto annotatore vuole edificata Alessandria su Ie ruine di Rakotis, rammentando quello che ho detto su Parchi- teltura Egizia ritraentesi all’Etiopica. Alle quali idee può essere riattaccata pur quella di Taposiri, che ho ve- duto essere spettante al luogo fiacoti, che additando a Sepolcro, o Città di Osiride, secondo osserva Gui- gniaut, riattacca l'origine dell’architettura Egiziana alle costruzioni sepolcrali, interne non disgiunta dalle più tetre ed orrorose rimembranze (22); e conferma i pri-

(22) E ormai conosciuto, quale idea si avessero formati i Gia- petici, secondi abitatori forse dopo i Camitici, dei luoghi da co- testi colonizzati , di tal gente segnata dell’ anatema del secondo padre della specie umana. La loro fantasia vivissima , dipinse la camitica gente quai mostri pel nero che contrassegnavala tutta, sicchè l'Africa nordica divenne il seggio di tetre ed orribili ma- raviglie, e sulle foci del Nilo a Damiata , e vicino Eroopoli, due mostri infestavano i passeggieri. Ondeche siffatti Inoghi pas- sarono in rinomanza trislissima, e diventarono regioni di morte, di Ombre, d'inferno , ove la religione de’ nuovi Coloni Egiziani rinserrarono le ricordanze di una gente primitiva, contrassegnata del culto satanico ; e la religione de’ vinti simboleggiarono col

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mitivi edificì trogloditici, e la natura cionia delle co- struzioni e delle religioni specialmente Egizie; epperò quella specchiata di Serapide. Ma se riuniscansi e si con- ciliino il luogo del detto Strabone, di cui abbiam dato un cenno più sopra (23), e l’altro del medesimo scrittore, ove leggesi degli abitatori di Alessandria » nam quan- quam permixti homines essent, ab antiquo tamen Graeci erant, et communis Graecorum consuetudinis haud im- memores ) (lib. XVII. ), verrà confermato ciò non solo, ma ci porterà a considerare ed osservare vari fatti rela- tivi ad Alessandria ed alla sua antichissima esistenza sotto il nome di Racoti, seguendo anche il D' anvil- le, a Nettanebo II. , di cui vediamo la stretta rela- zione con Alessandro ; ed alle narrazioni storiche in- torno ai Greci in relazione di commercio con la ricca terra d'Egitto, ed al loro antico impiantamento su quel suolo felice.

Circa il 650 av. G. C. la casta de’ guerrieri oppres- sa da’ Sacerdoti Egizii, favoriti dalle armi straniere ( Gui-

Serpente che allude a spodestate religioni, e a Divinità cacciata nell Inferno , come pur vedesi nell’oracolo di Tiora. troverei difficolta a riconoscere la convenienza di tali idee con le memo- rie di Racoti, o Rocoudah , ove tutto converge ad esse e pel Serpente mentovato , e per la religione di Serapide , e per le terribili apparizioni.

(23) « Primi quidem Aegyptiorum reges iis contenti quae habe- » bant, nec valde accersitis aliunde rebus indigentes, ab omnibus » navigantibus accusabantur, praesertim a Graecis ( depopulatores » enim erant, et alieni appetentes ) propter soli tenvitatem huic lo- » co custodiam dederunt eam, quae hacotis appellabatur, ea nunc » Alexandriae pars est, navalibus imminens, tune vicus erat, quae

117 gniaut notes du livre 3. de la symbolique de Creuzer p. 189) luogo all’anarchia ; quando Psammetico, vinci-

» vero vico proxima erant, bubulcis tradidere , qui etiam eter- » nos arcerent. » Lib. XVII. Jablonslki ( Opusc. Voces Aegy- ptiacae ap. Script. vet. T. I. p. 226 Lugd. Batav. annot. » Water 1804. ), afforza il mio dire con queste parole. « Diu » igitur ante nota erat AAacotis , quam conderetur A/erandria; » cujus deinde veluti suburbium fiebat. Nomen esse vere Aegy- » ptiacum , vel ex eo patet, quod interpres N. T. Coptus, a » Wilkinsio editus, in locis omnibus , ubi fit mentio A/exan- » driae, et Alexandrinorum, nobis conservaverint nomen aali- » quum, Rakoti, Act. VI. 9, XVII. 24, XXVII. 6. etc. » Quod etiam locum habet in libris Coptorum recentiorum Ec- » clesiasticis ( Exempla alia sunt apud Mingarellium p. CLI. Ra- » liqu. Codd. Aegypt. etc. ) In Epistola Systatica, quam edidit » Boniourius in monumentis Copticis, appellatur A/exardria (p. » 12) magna urbs Rhacotis. » Cîr. Panth. Aegypt. lib. IL. cap. 5. S. 4. Mi uniformo a quanto questo scrittore si è av- visato intorno all’ opinione da non doversi seguire di varî , che han creduto No-Ammon essere A/essendria ( Bemphah Ae- gypt. Deus t. II. p. 20-21; t. 1. p. 163 e segu. , ediz. cita- ta). Non posso pertanto non far notare l'importanza del luogo da poi occupato da Alessandria, da quel che ho riferito. Al che , se riattacchisi il mito di Proteo; quanto ho esposto in- forno a Faro; quanto il Tablonski ha osservato e per e m- plvah, i Re del Cielo 0 il Sole degli Egizii, epperò / anno magno (p. 71.), e per Remphis ( p. 231 t. II ), figlio di Pro- teo ( Diod. Sicul. lib. 1. cap. 62 ), e Re degli Egizii, che può essere ravvicinato al Zîemphuh nominato , il Dio della Luce, o l'Ammone, onde vedremmo confirmati i titoli de Faraoni , che li usurpavano ( v. Goulianoff. op. cit., ed altri ) dagli Iddii, di cui credevansi discesi ; troveremmo nel vecchio suolo di Alessandria la sede de’ grandi Re civilizzatori d’ Egitto, il culto del Sole ; e ciò riannoderebbesi con Serapide , con O;i- ride, con Ammone, e con Canopo, da non mettersi fra i

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118 tore della Dodecarchia ( Herod, I. 151-454, Diodor. I., 66.), trasferendo la sede Reale a Sais nel Delta , portò colpo terribile all'antico reggimento dell'Egitto , appoggiato specialmente alle Greche soldatesche merce- narie, alle quali abbandonandosi, diede ad esse in ma- no tutto il commercio del paese. A ciò tenne dietro un’emi- gramento di 240 mila uomini con le proprie famiglie , re- candosi in Etiopia, qual nuova patria. Nel quale fatto vorrei vedere più che un'andata, un ritorno alla prima stanza degli Egizi (24) ( lunga ed astrusa quistione agitata tra i moderni, dopo Heeren, che aveala di- fesa, e che ricorda la processione degli Egizii ad Am- mone, di cui Diodoro , e il mitico viaggio del Giove Omerico nell'Etiopia. Hiad. I. 423. ). Dappoi Amasi, o Amost, capitano di ventura, careggiò i Sacerdoti, non dimenticando i Greci, ormai unico appoggio dell'Egitto, dando a questi preziosi alleati un'esistenza politica (Gui- gniaut loc. cit. ; p. 791. Savary Lettres sur l’Egypte Tom. I. p. 62. ), permettendo che si stabilissero a Nau-

soggetti Greci, ma come Nume derefattore, e tutelare , nel cui vaso funerario depositando gli Egizì le viscere , significar vole- vano il deposito delle loro iniquità in seno di questa Divinità Infernale, che dovea rimetterle ( Goulianof. ap. cit. t. IL. p. 330 e seg. ); ed alla quale, secondo Porfirio ( de abstinent. IV., 10), erano le viscere de’ defunti consacrate. Quindi jeaso do- versi rigettare l'opinione -di coloro che credono Caropo un limo- niere di Menelao ; e nel suo sepolcro nella terra Alessandrina vedo sempre le rimembranze dell'antico culto tellurico , ctonio degli Egizii, e di una prima gente Camilica.

(24) Guigniaut Notes du live. 3.me de la Symboliqu. de Creu- zer p. 795

119— erati sul ramo Canopico del Nilo, edificasser tempî , e. si governassero con proprie leggi, al che allude il primo luogo addotto di Strabone (Herod. II, 178. 180. Humboldt vol. II. p. 165.). Nel qual tempo verso la metà del V. secolo a. G. C. , accadde altra emigra- zione Egiziana pur nella suddescritta direzione dell'Etio- pia, che sembra maggiormente comprovare il ritorno alle antiche sedi Egiziane , come a rifugio nella madre patria (25). Ma il privilegio accordato ai Greci , e il loro soccorso non valsero a liberar l'Egitto dall’ inva- sione di Cambise sotto Psammeccherite ( Herodot. II, 10, e segu. Gronov.; Diodor. I. 69.). Indi il trono de'Fa- raoni avuto un momento di aura favorevole sotto Amirleo di Sais nel 414 fino al 349, fu rovesciato da Artaserse Oco. sotto Nettanebbo II, che noi abbiam veduto ri- fugiato in Grecia , dove le relazioni preesistenti per l'amicizia regnata , facevangli trovare un'asilo , finchè non surse Alessandro a scatenar l Egitto dalla dipen- denza Persiana. Il quale principe (Savary op. cit. t. II. p. 66 ) di un carattere, e di un genio elevato, impa- rava combattendo contro la Grecia, l’arte di vincere tut- ti popoli del mondo; e conquistando l'Egitto, nol fece per distruggerlo, ma per assicurarsi di esso, ricono-

(25) Sembra che un luogo di Eiiodoro ( Aethiopicor. lib. IX p. 320, Mitscherlich Bipont. ) faccia buon viso all’ opinione delle origini Egizie dall'Etiopia, dicendo « atqui non Aegyptiae sunt haec tam graves , dixit Hydaspes, sed Aethiopicae narrationes. Cete- rum cum fluvium hune , seu vestra opinione Deum, et omnium fluviorum cumulum, Aethiopum terra ad vos deducat, merito a vobis coli debet, quae vobis Deorum mater existat ».

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scendone l’importanza fondandovi una gran Città, circon- data di tre porti, capaci di ricevere le flotte della Gre- cia, e le mercanzie di tutte le nazioni ; tracciando egli stesso un piano di commercio , che dovea ligare in- sieme le membra disperse de’vasti suoi stati; lasciando intatte all'Egitto le leggi del paese. Ora il dettar leggi di commercio , primo elemento di prosperità per le na- zioni, smentisce le accuse di coloro che dicono, non aver nulla lasciato di ciò che sapesse di norma legi- slativa; chè il dettar leggi savie e prosperose di com- mercì, non è lieve cosa, piccolo monumento per un gran Re; possono accordarsi savie leggi com- merciali senza un principio di leggi amministrative, eco- nomiche, e civili.

Quindi posso conchiudere ora quasi fissamente, che Alessandria innanzi di essere ampliata , era esistente, e la Grecia avea in Racoti esercitata la sua influenza politica, e commerciale ; e in tal modo sono concor- date Ie autorità de’ classici scrittori massime quella di Tacito al quarto libro della sua storia, checchè siasi detto dal Bochart ( Hierozoicon lib. Il. c. XXXIV. , Londmi 1663. ).

Or seguendo Arriano e Plutarco, Alessandria venne disegnata e fondata innanzi che Alessandro fosse ito a consultare l'oracolo di Giove Ammone. Curzio però, Gu stino, Diodoro, vi si potendo aggiungere lo Pseudo-Calli- stene, vogliono dopo il ritorno da quello, nella 112.2 Olimpiade (334 32 A. G. C. ). Secondo il detto Ar- riano, Alessandria fu edificata nel luogo nomato Mare 0- tide; mentre Plutarco la vuole nell'Isola appellata P ha-

RE ro, per sogno avuto (Vit. Alex. c. 49 ). E Plinio dice : Sed iure laudetur in litore Aegyptù maris Alerandria condita in Africae parte ab ostio Canopico XII. M. pas- suum juxta Mareotim lacum, qui locus antea R h a- cotes nominabatur. Metatus est cam Dinochares Ar- chitectus pluribus modis memorabili ingenio, XV. M. passuum laxitate insessa , ad effigiem Macedoniae cla- mydis orbe gyrato laciniosam, dextra laevaque pro cursu, iam tum tamen quinta situs parte regiae dicata. (Plin. H. N., lib: V. C. X. S. II. $ 62 p. 336. Sillig).

Alessandro chiama i primi artisti del suo tempo per disegnar la Città più celebre del suo nome (26). Per essa, ad onta che gli scrittori siano discrepanti su la sua ampiezza ed estensione , non son punto sconvenienti nessuno sulla figura di Clamide Macedone. (27)

(26) Alessandria fu costruita sul disegno dell'architetto Dino- care (v.il Plinio del Si/g ), il cui potente genio poteva rispon- dere allo spirito intraprendente d’Alessandro. Arriano vuole che l’istesso Alessandro l'avesse disegnata. (lib. 3. al principio), In- fatti nella Coppa preziosa del R. M. Borbonico interpretata dal- l'Iannelli, il Macedone apparisce in atto di farlo, a seconda delle narrazioni , specialmente di Diodoro. Però convien ciò ritenere fino ad un cerlo punto, non potendosi mettere in dubbio l’opera di Dinocare, non solo, ma di Stasicrate , it famoso progettatore del monte Athos ; di Cleomene di Naucrati ( Iust, XIII. 4. ) e la sorveglianza di Olintio, di Cratere, e de figli di Libios, Heron ed Epithermos ?

(27) Oltre l'addotto Plinio, Strabone , e Macrobio Su la sua ampiezza, mi atterrò ad Adriano Balbi, che nella sua geo- grafia facendone bella descrizione, dopo averne posta l'antica po- sizione in quello spazio di terra tra il Lago mareotide, e il mare, la vuole di 96 stadii di circonferenza.

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Seguendo l'opinione, ed il racconto che ci è venuto dai codici dello Pseudo-Callistene , Alessandro, approda al luogo detto Ta posiri, ossia Sepolcro di Osiride, luogo da lui prescelto, specialmente dopo il riportato colloquio con Ammone (I. Valer., Alex.Ort.I. p. 24 Mai ). Si è visto, e vedremo nel corso di queste nostre osserva- zioni, quanta venerazione si avessero gli Egizì per Osi- ride trasmutata in Serapide , simbolo del suo dipartirsi e del rinchiudersi nel cavo del Bue Api, non men famoso.

Alessandro, come da Diodoro Siculo, e da’ detti codici greco e latino dello Pseudo-Callistene, da Curzio, Stra- bone, Arriano , adopera per disegnare la nuova città polvere e farina. Il racconto de’ volatili di varia specie, ed anche stranieri nel mangiar dell'ultima, e la disper- sione perciò de segni stabiliti, il chiamarsi i conosci- tori di simili prodigi, meriterebbero le risa di uno storico critico e razionale ; ma nella mitica ragione , tutta la considerazione; essendo che la divinazione erasi impadronita della religione primitiva.

Alessandro nel più eminente de’ colli, di cui ho già parlato , fece costruire un’ ara al Sommo Nume , che secondo le autorità prodotte, era Serapide (28), cui di- resse questa preghiera , dopo il sacrificio :

Quisquis tu Deum rex es praestare diceris Huic terrae, mundumque istum interminem regis

(28) Serapide l' istesso che Giove, come si è visto. Aristid. ( orat. de Serap. ) dice « Illi sane qui magnam urbem ad Acgy- ptum incolunt, hune ( Serapiz ) etiam solum pro Iove invocant, quod nulla destituatur facultate, quin omnia pervadat ac repleat». Abbiamo parlato pure avanti della opinione di Macrobio.

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a!

Recipias quaeso sacrum hoc, litantique mihi Auxilio fias rebus pacis et bellicis.

Ora il volo quivi di un aquila (29), straordinariamente grande, che cacciandosi ne'le mani d’Ale ssandro, ne invola le interiora, deponendole in un luogo lontano dall’ara; e il posarsi ; l’andarvi il Macedone frettolosamente , e il riconoscere le viscere che il sacro uccello vi avea tra- sportate (30) ; il veder quivi un tempio di religiosa grandezza, dal tempo consunto , e nel suo interno un simulacro formato di una certa materia, sedente , e quale niuna intelligenza umana potea conoscere, avendo a d'appresso l'efligie di una giovane , ma veneranda

(29) Iul. Valer. Alexandr. Ort. I. p. 40, Mai.

(30) Il nostro grande Vico nello stabilimento de’ principî della scienza nuova, non lasciando far intravvedere la doria degli Egi- zii nell'assegnare al loro Giove Ammone la primazia sopra tutti gli Dei del mondo, dice , che diedersi ad una spezie di divina- zione d'indovinar l'avvenire da’ tuoni , e da’ fulmini , e da voli delle aquile, che credevano essere uccelli di Giove. Alessandro adun- que la fa da uomo che venera e rispetta gli usi e i costumi del popolo Egiziano ; da Re e Sacerdote. Imperocchè , i Sacerdoti ( Guigniaut op. cit. pag. 775.) per un’abile transazione, aveano stabilito, che dal momento in cui un guerriero era designato pel trono, faceva parte di loro , era consacrato , iniziato come Sa- cerdote , ed entrava nella comunanza de’ privilegî , de lumi, dei doveri e de' dritti. Da principio i Re erano scelti nella casta Sa- cerdolale ; differenza che fa notare il passaggio dalla Teocrazia, alla casta guerriera , passaggio avvenuto, dopo Osiride ed Oro, ultimi regi divini , inseguito di cui, i Faraoni. Ora Alessandro riassumeva i diritti di Netlanebbo , spossessato dai Persiani, e Nettanebbo l'abbiam visto instrutto nelle discipline arcane, e teo- logico-astronomiche.

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24

donna e bella, che io credo essere la Sati Egizia, da quel che ho riferito, ossia la Giunone da essi pur an- tichissimamente venerata, e pur identica ad side ( vedi Guigniaut note al terzo libro della Simbolica ), è certo un mitico racconto dello Pseudo-Callistene , il quale ricorda pur ialtro del simulacro veduto da Ales- sandro nel paese delle Amazzoni, e quello di Sinope, la qual cosa mette al chiaro, come la religione de- gli Egizì fosse uniforme a quella degli Asiatici; e ri- salga ad un punto comune, e parta come quella degli altri popoli da un sol centro , gli auspicé , e la divi- nazione, la cui origine va insino alla favola de’ Giganti, di Tizio e di Prometeo, incatenati ad un alta rupe , cui divorava il cuore un’aquila, cioè, come dice il profondis- simo Vico, la religione degli auspici di Giove: e come il medesimo vuole, gl'incatenati furono attaccati ai fondi, e sottoposti al dominio divino, onde la catena di Giove in Omero ( forma men panteistica dell'Indostanica catena di perle nel Maha-bharata); che fallo il fe degli uomi- m, e degli Dei, la Providenza: epperò l'autorità Divi- na, edumana, senza di che la società non può esistere. Quindi la leggenda sudetta serve a far conoscere la legil- timità del potere Sovrano di Alessandro per gli auspici.

Inoltre dal citato Valerio ( p. 40 41. ), il tem- pio istesso è detto di Giove e di Giunone , e ad esso accosto son due obelischi, che al tempo dello scrittore ancor vedevansi in quello di Serapide.

Per li quali racconti, sembrami, possa cadere in ac-

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concio, ciò che leggesi nel Cav. di Sanquintino (31) , cioè che gli Egiziani solevano simboleggiare talvolta il loro Nume Mandu, detto Mendes dai Greci, il quale non era altra cosa che il Dio Supremo Am- mone (32), considerato come l'Essere genera- tore dell'universo, con testa aquilina ornata di due piume ; al che sarebbe riferibile pure il fatto del- l'aquila volata a Pella al nascere del Macedone. E lad- dove fosse congiunto all’altro dei due obelischi , vedriasi bene, come riattaccherebbesi al culto solare , avvegna- chè si è notato, che i coll dedicati al Sole, visti in sogno da Alessandro , e pur riferibili a colonne , ed obe- lischi, son simboli di fertilezza, e di prosperità , felici presagi per Alessandria. E da quel che vado a dire , non parrà strano, che io veda ravvicinata la narrazione dello Pseudo-Callistene col sistema di credenze degli Egizì per riguardo a Serapide. a Canopo, ad Osiride etc. divinizzati nel Nilo , il principio umido , donde la fe- racità del suolo egizio per le sue acque.

Stimo util cosa fermarmi qui alcun poco, e rimon- lare insino ai primordì egizì , e vederne i diversi sim- boli in conformità di quanto ho riferito intorno all’aqui-

(31) Osservazioni sul maggior colosso del Regio Museo Egi- ziano di Torino.

(32) Ecco come sviluppa questo sistema Champollion « il De- miurgo , la luce eterna, V'essere primo che pose al chiaro la forza delle cose nascoste , chiamossi Amon Ra , o Amon Re ( Ammo- ne-Sole ); e questi il creafore primo, lo spirito demiurgico, proce- dendo alla generazione degli esseri , appellossi Ammone , e più particolarmente Mendes. »

126 la, ed alle altre cose. L'aquila , avvisa a stabilità di sede, come si vedrà pure appresso, della nuova città, la quale fertilizzata dal Nilo, va come ad identificarsi con esso per li strettissimi rapporti che ve la legano e la natura del suolo, e la religiosa credenza Egizia intorno al divinizzato fiume, essendo il volatile, che è a capo di tutta la specie, un geroglifico del Nilo , come leggesi in Valeriano (Hieroglyph. lib. XIX e. XIX.) Atque aquila hac quidem de causa Nili fluminis hie- roglyphicum in sacris Aegyptiorum litteris habita. AI che può aggiungersi, secondo lo stesso Scrittore , la favola di Prometeo , che non potè riescire a scoprire il corso del medesimo, ed al quale pose argini Er- cole, prole di Giove : Quoniam enim Nilum perni- citer currere, tantaque profunditate insurgere, obser- vatum est primum Promethei tempore: cam enim fuis- se aquilam nonnulli tradunt , quae Promethei cor di- scerperel: quippe cum causas incrementi pervestigare non posset, ab Hercule demum aquila colbitum, qui fluminis impetum partim aggeribus, partim fossarum declivio coercuerit, Prometheaque omnes exundatiomis causas edocuerit. Fra i moderni non è mancato chi è opinato , non essere state le Piramidi, che un mezzo da mettere un’argine agli straripamenti del Nilo. To non sa- rei alieno dall’ammettere ( ravvicinando le idee di tombe de Re, e de grandi; di panteismo , e di emanatismo, non stranieri all Egitto ; d' imitazioni delle costruzioni interne nel cavo de’